ANNO 16 n° 256
Come cambia il tempo… come cambiamo noi
C’era una volta a Civita, rubrica a cura di Alessandro Soli
30/06/2023 - 09:21

di Alessandro Soli

 

Riflessioni attuali, oggi più che mai, stiamo diventando più… poveri.

CIVITA CASTELLANA - Sinceramente non credo che questi cambiamenti climatici, così strani, così imprevisti, si siano ripetuti negli ultimi settanta anni (ne sono testimone con la mia età).

I media ci bombardano di informazioni scientifiche, adducendo i motivi più vari e disparati, la cui credibilità è sicuramente veritiera, perché avvalorata dall’attuale situazione, allora mi permetto di puntualizzare con i ricordi, questi cambiamenti che, partendo dal clima, stanno influenzando la saggezza degli antichi proverbi, tipo “Aprile, non ti scoprire. Maggio vacci adagio, Giugno poi fai quel che vuoi, ecc.”, stiamo assistendo ad una vera e propria “rivoluzione” in atto sul nostro pianeta: surriscaldamento, effetto terra, cataclismi, smog e chi più ne ha, più ne metta. Le cause? Tante, troppe, ma non dimentichiamo che siamo stati noi, è l’uomo, che cavalcando l’onda del progresso, del benessere a tutti i costi, sta cambiando la natura che ci circonda, e quel che è peggio sta cambiando la nostra quotidianità. Una cosa però non riuscirà a cambiare: i nostri ricordi, che, per fortuna (mi riferisco alla mia generazione), ci vedevano protagonisti di un mondo diverso, più vivibile e soprattutto più… vero! Era questo il periodo primaverile, i giochi sulle strade, le partitelle a pallone nelle piazzette del centro storico, rondini e rondoni che volavano in formazione sopra le nostre teste con repentine evoluzioni, con il loro tipico verso stridulo che sovrastava le tue grida di bambino, sgombre dall’affanno scolastico.

L’andare per campi, a caccia di farfalle o a caccia di lucertole o saltapicchi (fauna ormai del tutto scomparsa, e sconosciuta ai bambini di oggi), i primi bagni giù al Treja il nostro fiume, dove ti imparavi… veramente a nuotare. I primi caldi, i primi calzoni corti, le prime ginocchia “sbucciate” per una caduta fatta rincorrendo chi, nel gioco del “ruba-bandiera” fuggiva col fazzoletto. I frutti che maturavano sulle piante, quando le stagioni erano stagioni “normali”, con il loro sapore che era “il sapore”, così lontano da frigoriferi e containers, e che il fruttivendolo ti proponeva nei canestri che arrivavano direttamente dall’orto, coltivati e annaffiati con l’acqua che era “acqua”. Mi sento un po’ egoista nei confronti delle nuove generazioni, perché le vedo private di tutte queste sensazioni, di queste realtà, forse un po’ arcaiche se penso alle moderne tecnologie, che li fanno sentire già maturi fin dall’infanzia, ma li privano dei sogni, che abbiamo avuti tutti noi, e chi ci ha preceduto.

L’ho già scritto varie volte su questo quotidiano, chiamatemi filosofo, chiamatemi retrogrado, ma sono felice di essere nato nei primi anni del dopoguerra, nulla invidio ai giovani d’oggi, neanche la gioia di vivere, perché sembrano averla persa dietro agli eccessi che il progresso mette loro a disposizione. Attenzione però all’effetto “boomerang”, perché rischiamo davvero di tornare ai cosiddetti “secoli bui”, e non ci accontenteremo più di sognare “il motorino”, o la mitica “500”.





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