

di Alessandro Soli
CIVITA CASTELLANA - Scrissi questo articolo ben nove anni fa, ed oggi rileggendolo mi accorgo purtroppo, che le considerazioni fatte un merito, sono di una attualità sconcertante.

“A proposito di piatti”
Spero con tutto il cuore che quando uscirà questo articolo, le istituzioni locali, imprenditori e sindacati in primis, avranno, se non risolto, per lo meno tamponato, l’emorragia che ha colpito il settore delle stoviglierie. Chi scrive ha vissuto e vive sulla propria pelle questa annosa crisi, fatta di lunghi periodi di cassaintegrazione, contratti di solidarietà, turnazione lavorativa (ecc…), in quanto dipendente di una ceramica che da sempre è stata tra le prime in Europa.
Non sto qui ad elencare le cause di questa crisi, perché i “media” lo hanno fatto e lo stanno facendo ormai da anni, addossando la colpa alla cosiddetta “globalizzazione” che ha annullato il “Made in Italy” e alla massiccia “invasione” del colosso cinese. Voglio solamente esternare i sentimenti e le sensazioni dei circa 1000 operai che giornalmente vivono questo dramma, e lo farò con l’ottica di chi sta ultimando la sua attività lavorativa, avendo raggiunto i requisiti per la pensione.
Gli stabilimenti che producono stoviglierie, da quarant’anni ad oggi, pur con qualche automazione, che riguarda in particolare lo “stampaggio” del materiale, e la “cottura” (vedi l’impiego di forni “a tempo e intermittenza”), sono rimasti a livello “manuale”, con impiego soprattutto di personale “femminile” più portato da sempre alla “decorazione”, decorazione che ormai non è più un’arte, perché da tempo superata dalle tecniche “serigrafiche e computerizzate”, che hanno fatto della fabbrica quasi una tipografia.
Come ripeto non voglio addentrarmi in discorsi tecnici, tipici degli imprenditori e dei dirigenti d’azienda, perché essi spettano a loro, voglio solamente dire il mio modesto parere e dare la mia modesta testimonianza. Io penso innanzi tutto che il primo colpo all’economia specifica riguardante le stoviglie, l’abbia dato il diverso modo di vivere, e mi spiego. Signori miei guardiamo i piatti di plastica: fino a circa venticinque anni fa, essi venivano usati raramente ed in occasioni particolari quali la gita “fuori porta” e l’anglosassone “picnic”, quando si faceva della praticità virtù. Oggi invece purtroppo, e dico purtroppo, specialmente le coppie giovani, adoperano i piatti di plastica anche in casa, perché? Perchè se non c’è tempo per cucinare, figuriamoci per lavare i piatti, infatti oggi c’è anche un calo di vendite di “lavastoviglie”.
Sul discorso Cina, al di là della questione trita e ritrita del costo della manodopera, che però non fa una piega, posso dire, avendoli visti, che i piatti cinesi (anni addietro grossolani nelle forme e nei decori) oggi sono più belli dei nostri (e soprattutto “costano di meno”).
In chiusura voglio ritornare all’argomento occupazione, che è quello più contingente. Sono amareggiato per quanto sta accadendo, perché penso a intere famiglie che potrebbero (metto il condizionale, perché esso dà almeno speranza) trovarsi, da un giorno all’altro, davanti lo spettro del licenziamento, quando la disperazione cercherà di sopraffare, ma non ci riuscirà, quello spirito temprato al sacrificio tipico dell’operaio civitonico. Dobbiamo avere coraggio, dobbiamo, malgrado tutto, credere nelle istituzioni, e non dimentichiamo che:
“l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”.
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