

di Alessandro Soli
CIVITA CASTELLANA - Analisi nuda e cruda di tre generazioni figlie del proprio tempo, alla ricerca di un futuro migliore sotto ogni punto di vista.

Come eravamo, come siamo… come sono
Coniugare il verbo essere è una delle cose più semplici, non occorre essere laureati, aver studiato chissà che o chissà cosa, bastano i primi apprendimenti della lingua italiana e il gioco è fatto.
Il titolo che ho voluto dare al mio pezzo mensile parte appunto dall’argomento che tratto ormai da più di dieci anni, con analisi e approfondimenti, sui ricordi di una generazione, la mia. Quella generazione “di mezzo”, post bellica e pre industriale, lontana parente della tanto decantata “globalizzazione odierna”.
Volevamo cambiare il mondo, noi ragazzi degli anni sessanta, ce l’abbiamo messa tutta, ci siamo riusciti? Via i pantaloni lunghi con l’orlo tre centimetri, e spazio a quelli cosidetti “a zampa d’elefante' svasati in fondo, che ricordavano tanto l’America e soprattutto Celentano. Via alle gonne sotto al ginocchio, (ma sotto di tanti centimetri) e spazio alle mini-gonne che ricordavano tanto l’Inghilterra e soprattutto i Beatles. Basta con i veglioni e le feste con la presenza assidua e stressante dei genitori, meglio le festicciole in casa: poco chiasso, musica diversa, più intimità, malgrado la presenza dei genitori (però in stanze diverse). Ventate rivoluzionarie, verso i grandi cambiamenti di quella società che il nascente benessere ci faceva apparire arcaica e stantìa.
Ecco allora le barricate universitarie, i movimenti studenteschi, le lotte politiche, i grandi scioperi nelle fabbriche. Che strano, ripensandoci oggi, a mente fredda, (e passo al secondo verbo del titolo “come siamo”) quei buoni propositi che ci avevano spinto ad essere la nuova classe dirigente verso un futuro migliore per le nuove generazioni, ha formato, negli anni, crepe così enormi, che neanche “lo stucco e la spatola “del muratore più esperto riuscirebbe a “rasare”.
Se penso per esempio, al diritto allo studio per tutti, cosa giustissima, ma se accompagnato da quel sei politico, dovuto e preteso a tutti i costi, allora mi accorgo che ci fu un piccolo fallimento ideologico. Tant’è che dopo anni e lauree “regalate” si tornò a dare spazio al sapere e alla meritocrazia dello studente. Il “come siamo” relativo al mondo del lavoro mi lascia non perplesso, ma allibito, perché quella stessa generazione che ci portò al “Boom economico”, ci sta portando sotto la bandiera della “globalizzazione” verso la perdita di posti di lavoro che per la gioventù odierna pesano come una spada di Damocle.
Sul “come sono” rivolto a tutti i giovani di oggi, preferirei stendere un velo pietoso, perché la rabbia che provo vedendoli in situazioni che, sia il benessere, che le istituzioni, stanno affossando verso un futuro tutt’altro che roseo, difficilmente si tramuterà in speranza. Ma la speranza, da sempre, è l’ultima a morire, e allora lasciatemi la certezza che quanto sopra non siano solo parole … buttate al vento!
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