In questo sito non vengono utilizzati cookies per raccogliere informazioni personali in modo diretto ma alcuni elementi di terze parti potrebbero anche utilizzarli.
Cliccando su "approvo", navigando il sito o scorrendo questa pagina confermi di accettare i cookies (che ricordiamo possono essere sempre disabilitati dalle impostazioni del tuo browser).
Leggi come vengono utilizzati i cookies su questo sito - Approvo
Due ore a parlare di 'destra' e 'sinistra' senza mai nominare il valore di Parroccini e Corazza
Il dibattito per il ballottaggio a Civita Castellana si arena sui confini ideologici, dimenticando le competenze necessarie per governare una città, che siano dell'uno o dell'altro
29/05/2026 - 20:33
di Serena D'Ascanio
pubblica indetta per discutere la linea da tenere in vista del prossimo turno di ballottaggio, ha
offerto molto più di un semplice confronto politico. Ha regalato uno spaccato nitido, a tratti disarmante, di
come una certa parte della politica intenda ancora la gestione della cosa pubblica. Un incontro durato oltre
due ore, animato da calore e partecipazione, che ha tuttavia lasciato un retrogusto amaro in chi, da
cittadino, cerca risposte concrete per il futuro della propria comunità.
A colpire maggiormente, nel flusso dei vari interventi che si sono succeduti, è stata la scelta lessicale.
Espressioni accorate come “adesso dovemo salvà la sinistra” o perentorie affermazioni del tenore di “ce
dovemo riprendere il comune” hanno risuonato tra le mura della sala. Formule linguistiche che evocano un
immaginario quasi bellico, di pura conquista territoriale, che richiama alla mente quel celebre e
cinematografico “ce dovemo prende Roma”. Una retorica autoreferenziale, concentrata sulla
sopravvivenza della propria bandiera o sulla rivalsa nei confronti dell’avversario, piuttosto che sulla
costruzione di un progetto amministrativo solido.
In ben centoventi minuti di dibattito, il focus è rimasto rigidamente ancorato ai concetti astratti di
“destra” e “sinistra”, declinati quasi esclusivamente nella logica del posizionamento elettorale: conviene
appoggiare l’uno, o è meglio sbarrare la strada all’altro? Il mantra ricorrente, quasi ossessivo, si è
focalizzato sul non voler “riconsegnare la città in mano a questi di destra”. E in tutto questo tempo, la
domanda fondamentale è rimasta colpevolmente senza risposta. Non si è mai parlato di Claudio o di
Danilo in quanto persone, né tantomeno delle loro specifiche attitudini professionali, umane o gestionali.
Le competenze, vero motore di una macchina amministrativa, sono state del tutto eclissate dai dogmi
ideologici.
'Governare un comune di oltre quindicimila abitanti, che ospita nel suo territorio un polo industriale tra
i più complessi e strategici della regione, non è una questione di posizionamento geopolitico, ma di pura
capacità manageriale.'
Questo scenario spaventa, e non poco, chiunque si rechi alle urne con la consapevolezza del valore del
proprio voto. Civita Castellana non è un palcoscenico per esperimenti teorici o per battaglie di retroguardia
identitaria. È una realtà cittadina impegnativa, con problematiche quotidiane reali, infrastrutture da
ammodernare, un bilancio da far quadrare con precisione millimetrica e un tessuto economico che chiede
stabilità e visione di lungo periodo. Per guidarla, l’appartenenza a una fazione o la simpatia personale non
possono e non devono più essere i criteri commerciali dominanti. Serve una leadership che sappia dove
mettere le mani, che conosca le dinamiche dell'economia locale e che sappia far girare i conti.
Di fronte a questo spettacolo di scontro frontale basato su vecchi rancori e confini ideologici, diventa
persino ipocrita lamentarsi se i giovanissimi mostrano un totale distacco dalla politica e una cronica
assenza di ideali. Non stupisce affatto che le nuove generazioni si allontanino da un linguaggio che
avvertono come sideralmente distante dai loro problemi reali. Quando la politica si riduce a una pura conta
delle tessere e a una barriera contro il 'nemico', perde la sua funzione nobile e si trasforma in un teatro che
non produce futuro.
I civitonici oggi hanno un profondo obbligo morale verso se stessi e verso le generazioni future.
Meritano e devono pretendere un sindaco che si presenti con un bagaglio di idee chiare, concretezza
manageriale e una provata capacità di attrarre investimenti e sviluppo. Che la soluzione ottimale per una
governance efficiente possa risiedere proprio in una gestione solida, pragmatica, capace di guardare oltre
gli steccati dogmatici della vecchia guardia, è una riflessione che si fa sempre più urgente nell'urna. Perché
alla fine, a pagare il prezzo di una gestione incompetente o puramente ideologica, sono sempre e solo i
cittadini.
CIVITA CASTELLANA - L'atmosfera che si respirava oggi, 29 maggio, alla Sala Pablo Neruda, in occasione dell’assemblea pubblica indetta per discutere la linea da tenere in vista del prossimo turno di ballottaggio, ha offerto molto più di un semplice confronto politico.
Ha regalato uno spaccato nitido, a tratti disarmante, di come una certa parte della politica intenda ancora la gestione della cosa pubblica. Un incontro durato oltre due ore, animato da calore e partecipazione, che ha tuttavia lasciato un retrogusto amaro in chi, da cittadino, cerca risposte concrete per il futuro della propria comunità.
A colpire maggiormente, nel flusso dei vari interventi che si sono succeduti, è stata la scelta lessicale. Espressioni come “adesso dovemo salvà la sinistra” affermazioni come “ce dovemo riprendere il comune” hanno risuonato tra le mura della sala. Formule che evocano un immaginario quasi bellico, di pura conquista territoriale, che richiama alla mente quel celebre e cinematografico “ce dovemo prende Roma”.
Una retorica concentrata sulla sopravvivenza della propria bandiera o sulla rivalsa nei confronti dell’avversario, piuttosto che sulla costruzione di un progetto amministrativo solido. In ben centoventi minuti di dibattito, il focus è rimasto rigidamente ancorato ai concetti astratti di“destra” e “sinistra”, declinati quasi esclusivamente nella logica del posizionamento elettorale: conviene appoggiare l’uno, o è meglio sbarrare la strada all’altro?
Il tutto si è focalizzato sul non voler “riconsegnare la città in mano a questi di destra”. E in tutto questo tempo, la domanda fondamentale è rimasta colpevolmente senza risposta. Non si è mai parlato di Claudio o di Danilo come persone, né delle loro attitudini professionali o gestionali. Le competenze, vero motore di un'amministrazione, sono state eclissate dai dogmi ideologici.
Governare un comune di oltre 15mila abitanti, con un polo industriale tra i più complessi e strategici della regione, non è una questione di posizionamento politico, ma di visione, di competenze.
Questo scenario spaventa chi vota con consapevolezza. Civita Castellana è una realtà impegnativa, con problemi reali, infrastrutture da ammodernare, un bilancio da far quadrare e un tessuto economico che chiede stabilità. Per guidarla non possono bastare l'appartenenza a una fazione o la simpatia. Serve una leadership, che sia Corazza o Parroccini, con le proprie capacità, che sappia dove mettere le mani, che conosca l'economia locale e sappia far girare i conti.
Di fronte a questo scontro basato su vecchi rancori, diventa ipocrita lamentarsi se i giovani si allontanano dalla politica. Non stupisce che le nuove generazioni rifiutino un linguaggio così distante dai loro problemi quotidiani. Quando la politica si riduce a una conta delle tessere e a una barriera contro il 'nemico', smette di produrre futuro.
I civitonici hanno l'obbligo morale di pretendere un sindaco con idee chiare, concretezza e capacità di portare sviluppo, senza curarsi se sia di 'destra' o di 'sinistra'.