

di Elsa Berardi
Bastano pochi frame dei nuovi spot di Mulino Bianco, retrospettivi e confezionati con un sound anni ’90, a rilanciare l’idea standard della vita quotidiana, resa smart dai ritrovati tecnologici: una consuetudine in cui ritrovarsi attivamente, con il nuovo ingrediente delle divergenze caratteriali e della libertà di condividere senza annientarsi.
Uno dei claim più trasmessi, quello in cui la piccola Alice scopre le incongruenze della crescita, è la misura di questo flashback verso il genuino: la bambina, dopo aver messo in chiaro il suo spirito ribelle e indipendente, si tuffa con le Macine nel suo passato recente, scegliendo di non rinunciare alla tazza da colazione con le fattezze di un porcellino.
Una mossa che sembra coniugare l’azzeramento dei tempi fisiologici dell’evolversi, propri del nostro mondo quanto di chi lo abita, con una risposta ben assestata all’eccesso di stimolazione: diventare grandi è maturare la certezza di essere alla ricerca delle origini del proprio sé.
La nota azienda, presentatasi al consumatore con un’immagine di ripartenza,ha reintrodotto nella branding strategy il filone della lentezza, nella sua accezione di contrasto alle campagne pubblicitarie satiriche: la poesia di un pasto che si fa amare perché non rapido cozza con le stilizzazioni meno leggiadre del quotidiano.
Mulino Bianco è conformismo o tradizione? È iconico idillio o vero anticonformismo? La sentenza, accurata come uno spot, è nelle mani affezionate degli italiani.
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