ANNO 16 n° 267
A casa con Ikea: dimensione statica o tela dei nostri sogni?
Rubrica 'Pubblicittà' a cura di Elsa Berardi

VITERBO - Abbiamo imparato e reimparato a “fare casa” gradualmente, sulla spinta di un mutamento generale delle abitudini e di un desiderio di rincorrere il confortevole, anziché l’inaspettato. Ci piace sorprenderci con il cinema d’essay, unire i puntini delle nostre emozioni collezionando hobby, ma quella cellula depurata da ogni noia esterna chiamata casa, guai a togliercela, guai a giudicarla con il dito puntato.

Sì e no che permettiamo ai nostri amici di interferire sul nostro salotto, quando un quadro è fissato male o una poltrona è troppo sgargiante: siamo ormai assuefatti da certi gesti che, pur tra pochi intimi, ci tengono una viva compagnia, innalzando il nostro livello di comfort.

Ikea è svedese, ma a noi italiani fa impazzire. Dopo un preambolo che pare ipercritico, possiamo invece dire che è giusto così, perché il diverso, a noi eredi del barocco e del liberty, può far storcere il naso una volta o due, ipnotizzandoci alla terza e suggerendoci relax: il design semplice, gli elementi divertenti e certe combinazioni simpatiche ci lasciano stupiti, pur non sapendo leggere le istruzioni piene di dieresi che sembrano il canto di una valchiria.

Tralasciando questa parentesi, spot dopo spot abbiamo imparato ad abitare con Ikea, a considerare la nostra casa l’espressione più full di chi siamo, forse perdendo l’attrattiva per quelle foglie colorate che d’autunno, al posto del cruciverba accompagnato da doppio caffè, potremmo assecondare almeno per qualche foto.

La nuova campagna pubblicitaria, in onda da pochi giorni, presenta situazioni comiche, ma descrittive: una giovane amante del golf, incoraggiata dal papà, colpisce un buffo bersaglio nel caos generale del soggiorno, un ragazzo prende confidenza con il suo armadio personalizzato, quasi a sognare una fantascienza in cui i vestiti vengono a cercarlo, due coniugi un po’ assonnati, invece, decidono di mettersi a letto dopo una divertente proiezione, che li vede precipitare in un letto accogliente dopo un vortice di nuvole, notifiche e magia. Sarà che a casa ci stiamo troppo, o meglio… Che a casa dovremmo starci con più saggezza, più leggerezza, meno fantasia?

Quando proponiamo ai nostri amici una pizza a casa, è vero che possiamo sentirci più liberi di poggiare i piedi sul tavolo, ma qualcuno sembra aver dimenticato come impugnare coltello e forchetta. Qualcun altro a casa non c’è mai, magari per esigenze o esperienze personali, e si dimentica a sua volta di piazzare i quadri, rispolverare il set da tè, sfornare cupcake per gli ospiti e festeggiare la propria intraprendenza.

Insomma, casa è tranquillità, e lo vediamo quando il tifo del papà della giovane prevale sul soqquadro che anima la stanza, quando il ragazzo si cambia d’abito per sperimentare abbinamenti eclettici, quando la coppia si corica, pur continuando a sognare, quando tutto sembra tacere, e in realtà trabocca di stile.

Un giorno, dopo aver imparato a fare casa, saremo istruiti di nuovo a fare folla, fare progetti, fare escursioni… Fare incursioni? Quelle incursioni a casa di un amico, con la bici in piena notte e due biscotti come snack, impazienti di essere ricevuti e gridare confidenze in barba al silenzio. Fare casa insieme, alla fine, è farcela più che da soli in casa. “A casa puoi” è il claim in oggetto, ma si può creare, se in buona compagnia, una finestra di noi anche nel caos, nel traffico, in bus, nella mensa universitaria. Anche coi calzini spaiati. Anche invitando a casa propria col pensiero, nella dolcezza di un saluto, chi una casa la immagina solo, pur non prevedendo le sue mille declinazioni.

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