ANNO 9 n° 258
''Andrea Landolfi ha mentito su tutto''
Dalla ricostruzione della ''serata idilliaca'' alla ''dinamica della caduta'':
il Riesame inchioda il 30enne all'accusa di omicidio della fidanzata
16/06/2019 - 02:44

 

di Barbara Bianchi

RONCIGLIONE - ''Andrea Landolfi ha mentito su tutto''. Dalla ricostruzione della caduta dalle scale, offerta agli inquirenti immediatamente dopo il loro intervento all’ ''atmosfera idilliaca e serena che vi sarebbe stata tra lui e la fidanzata Maria Sestina Arcuri al momento dell’evento''.

A metterlo nero su bianco sono i giudici del tribunale del Riesame di Roma nelle 17 pagine di ordinanza in cui ordinano l’arresto in carcere per il 30enne, unico indagato per la morte della 26enne.

Precipitata dalle scale della casa della nonna di Andrea nella notte del 4 febbraio scorso, quella caduta sarebbe stata tutt’altro che accidentale: a prenderla di peso e lanciarla oltre il muretto di protezione sarebbe stato il fidanzato, dopo una lite iniziata a cena e andata avanti per ore.

''Stavamo scherzando, ci stavamo abbracciando'' avrebbe riferito il 30enne agli inquirenti: lei ferma sul pianerottolo del secondo piano, lei sul primo gradino della scalinata. ''Poi una spinta scherzosa e siamo rotolati giù. Ho tentato di afferrarla ma sono caduta con lei''.

Una ricostruzione però, smentita in blocco dalle risultanze dell’autopsia eseguita sul corpo della giovane: le lesioni mortali riportate nella zona occipitale del cranio non sono compatibili con un ''rotolamento accidentale'', che avrebbe presentato, come spiegato dai professori Mauro Bacci e Massimo Lancia, ''lesioni disordinate nella zona costale e sugli arti''.

Ma non solo, la rampa di scale dell’appartamento di via Papirio Serangeli, a Ronciglione, forma un angolo retto, che, in caso di reale rotolamento, avrebbe fatto arrestare la caduta dei due giovani: Maria Sestina, invece, così come ricostruito dall’unico testimone oculare, il figlio di Andrea, di appena 5 anni, sarebbe precipitata fino a pian terreno.

Un castello di bugie, quello che il 30enne si sarebbe costruito attorno, secondo la magistratura viterbese, per sfuggire alle proprie reali responsabilità: l’omicidio volontario aggravato della giovane fidanzata.

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