

VITERBO – ''È dovere di ognuno di noi tutelare e aiutare le persone più deboli. Quelle che non sono in grado di farlo da sole. Che non sono in grado di autogestirsi. Se così non è, ci troviamo di fronte a un problema sociale, etico e morale da sciogliere. A tutti i costi.''. Parla come se si stesse riferendo a una questione strettamente personale il pubblico ministero Franco Pacifici, di fronte ad un collegio tutto al femminile della Corte d’Assise viterbese. E invece il caso che sta trattando è uno dei più controversi e dibattuti che ha interessato la provincia negli ultimi anni. È il caso delle presunte morti per incuria e maltrattamento che si sono verificate nella casa di cura di Gradoli ''Il Fiordaliso''.
Alla sbarra con l’accusa di abbandono e circospezione di incapace aggravata dalla morte degli anziani, sono finiti in cinque: l’ex gestore della struttura Franco Brillo, i suoi due figli Federico e Maurizio, il medico generico Ugo Gioisi e la neuropsichiatra Lucia Chiocchi.
Sarebbero loro, per la procura, i principali responsabili dei decessi di otto ultraottantenni: la famiglia Brillo dovrà rispondere in quanto rappresentante della struttura, mentre alla dottoressa Chiocchi è contestata la redazione di un certificato in cui si attesta la totale capacità di indipendenza degli anziani. Ma non sarebbe affatto così.
''Non erano in grado di assolvere gli atti di vita quotidiana: non erano autosufficienti. Eppure, una sola volta a settimana dalla Asl Toscana arrivavano infermieri e assistenza. Una sola volta a settimana'', ripete ''Brillo e la dottoressa Chiocchi hanno posto questi soggetti in un totale stato di abbandono.''.
''Quando affidiamo delle persone – che siano nostri cari o no – a delle strutture, quello che ci aspettiamo è che vengano aiutate, tutelate e difese dalle difficoltà della vita. Nella casa di cura di Gradoli ciò non accadeva. Abbiamo degli importanti elementi che ci orientano verso la colpevolezza degli odierni imputati, anche supportati dall’esito delle indagini preliminari.''.
Secondo il pm Pacifici, infatti, il rinvio a giudizio in blocco per il gestore della clinica, dei suoi due figli e dei medici curanti, stabilito ad aprile 2015 dal gup Salvatore Fanti non sarebbe altro che un’ulteriore prova di colpevolezza.
Ma non solo: il certificato a firma Chiocchi, in cui si accertava – falsamente, secondo l’accusa - la totale autonomia degli ospiti della casa sarebbe stato uno strumento diabolico per legittimare l’abbandono degli anziani, all’interno di una struttura che non può vantare il titolo di ''casa di cura''.
''Il nocciolo della questione è che 'Il Fiordaliso' non aveva, all’epoca dei fatti, nessuna autorizzazione ad esercitare l’attività di casa di riposo. Ciononostante ha continuato a farlo, fino al sequestro della struttura. Dobbiamo in ogni modo dimostrare il nesso di causalità tra l’abbandono e la morte degli anziani – conclude – è nostro dovere.''.
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