

di Flavia Ludovisi
VITERBO- Decine di tracce ematiche e biologiche, due impronte palmari, la macchina fotografica rubata ritrovata in casa della madre adottiva e, infine, il falso alibi: questi i principali elementi di prova su cui si è concentrata la requisitoria del pm Renzo Petroselli per chiedere la condanna all’ergastolo di Giorgio De Vito, 35 anni, napoletano, accusato dell’efferato omicidio di Marcella Rizzello, avvenuto il 3 febbraio 2010 a Civita Castellana, davanti agli occhi della figlioletta Giada, all’epoca dei fatti di soli 14 mesi. Elementi di prova che sono stati successivamente ribaditi dagli avvocati di parte civile (l’avvocato Fabrizio Ballarini per il Francesco Vincenzi, il compagno di Marcella, Stefania Senisini per la figlia Giada, Antonio Rizzello e Cristina Rosa per i genitori della vittima) .
In oltre cinque ore di requisitoria del pm Renzo Petroselli e di arringhe finali dei legali di parte civile è stata posta all’attenzione della Corte d’Assise su alcuni elementi cardine che non lascerebbero dubbi sulla colpevolezza di De Vito, indicato come l’autore materiale dell’assassinio.
TRACCE EMATICHE: Sono state rinvenute su tutti gli ambienti della casa, come hanno confermato i carabinieri, il perito e i tecnici interrogati durante l’ascolto dei testi e combaciano con il dna di De Vito. Nel particolare, è stata trovata una macchia di sangue singola sotto il lavandino del bagno a dimostrazione del fatto che De Vito si è ferito dopo l’aggressione e si è recato in bagno per pulirsi. Dopo essersi lavato per asciugarsi ha utilizzato un asciugamano rosa e un accappatoio bianco, sui quali sono state trovate numerose tracce di sangue, sia singole del De Vito, sia miste con il sangue della vittima. Altre tracce ematiche dell’imputato sono state rinvenute su una borsa gialla, dentro un armadio, a significare che dopo il delitto l’imputato ha continuato a frugare in casa. Per l’accusa basterebbe questo elemento scientifico a provare la colpevolezza di De Vito, data l’abbondanza di tracce corrispondenti al profilo genetico dell’assassino. Rilievi che sono stati illustrati minuziosamente coni grafici e le statistiche effettuate dai periti dall’avvocato Stefania Sensini ( legale di parte civile della figlia Giada).
IMPRONTE PALMARI: Non v’è dubbio, sempre per l’accusa, che l’impronta della mano sulla porta del bagno sia quella di De Vito: nonostante, infatti, nell’impronta manchino due dita poiché è stato possibile confrontare solo il mignolo e la parte inferiore del pollice, è stata trovata un’identità di 20 punti quando per i tecnici ne basterebbero 17, ovvero una possibilità su 17 miliardi che quell’impronta appartenga ad un altro essere umano. E allora, se il De Vito non è mai entrato in quella casa, cosa ci fa una sua impronta così chiara? Anche questo elemento scientifico non lascerebbe ulteriori dubbi. “Le prove scientifiche di cui si è abbondantemente discusso – spiega l’avvocato Fabrizio Ballarini in rappresentanza del compagno della vittima Francesco Vincenzi – sono state raccolte prima che venisse individuato l’autore, appunto De Vito. Non hanno subito inquinamenti e sono state repertate sulla base di ogni precauzione legale, così come risulta dai verbali compilati dai carabinieri. Queste conclusioni avvalorano ancora di più la tesi dell’accusa per cui De Vito è l’unico responsabile’’.
LA REFURTIVA: E non ci sono dubbi neanche che la macchinetta fotografica ritrovata il 19 maggio durante una perquisizione domiciliare in casa della madre adottiva di De Vito (Lucia Maione, residente ad Aprilia, in provincia di Roma) sia stata sottratta il giorno del delitto da casa di Marcella. Nella scheda della digitale, infatti, sono stati trovati scatti di alcuni familiari del compagno della vittima, della figlia di De Vito e foto di nudo della Michta. Ulteriore prova della provenienza della digitale è poi il codice seriale della macchinetta che corrisponde a quello riportato sulla scatola a casa Rizzello. Interrogato su questa parte della refurtiva ritrovata, l’impuato ha sempre risposto in maniera confusa, cercando addirittura di suggerire l’idea che l’avesse rubata un certo Francola (morto nel febbraio dello stesso anno per overdose), come a dire che l’autore dell’omicidio fosse stato lui.
L’ALIBI – L’esame autoptico ha fissato l’ora del decesso di Marcella Rizzello tra le ore 13 e le 13,30 del 3 febbraio. Quella mattina, però, De Vito ha raccontato i fatti fino alle 11,45: verso le 7,30 accompagnò la Michta alla stazione di Civita Castellana perché doveva andare a Roma per una visita, dopo di che, ha raccontato di essersi recato verso la sede Caritas del paese, che tra l’altro quella mattina era chiusa, ma si è addormentato improvvisamente per circa un paio d’ore, dopo aver mangiato quattro caramelle che gli erano state offerte poco prima dalla Michta. Da questo sonno si sarebbe svegliato due ore più tardi, tra l’altro a poche centinaia di metri dal luogo in cui si era addormentato. I tabulati telefonici analizzati, però, hanno riportato una chiamata fatta alle ore 11,43 dalla madre con il telefono fisso dell’abitazione a De Vito . Questo elemento, per l’accusa, significa che a quell’ora il delitto era già stato consumato, ragione per cui l’imputato ha mentito dicendo che a quell’ora dormiva. Non avrebbe avuto senso, altrimenti, costruirsi un alibi solo per le ore precedenti all’omicidio. E interrogato poi sulla corrispondenza del suo dna sulle tracce rilevate in casa di Marcella Rizzello, De Vito avrebbe sfoderato “la sua fantasia più sfrenata”, a detta del pm e delle parti civili: in un primo momento, infatti, parlò dell’esistenza di un fratello gemello per spiegare la presenza del dna. Il 5 febbraio, poi, due giorni dopo il delitto, si sarebbe ricordato di aver fatto una doccia e avrebbe scoperto sul suo corpo un cerotto che copriva il segno di un’agopuntura, a voler far intendere che qualcuno gli avesse prelevato di nascosto il sangue per incastrarlo e lo avesse sparso per le stanze della casa di Marcella. Ovviamente, oltre che pittoresca, questa ricostruzione non spiegherebbe le tracce rinvenute a sangue misto, oltre che le impronte digitali.
LA PERIZIA PSICHIATRICA : Altro elemento su cui si sono concentrati tanto la pubblica accusa quanto le parti civili è la perizia psichiatrica cui è stato sottoposto De Vito. La perizia era stata chiesta dalla difesa unitamente al rito abbreviato ma quest’ultimo era stato rigettato. Il risultato univoco cui sono pervenuti tutti gli specialisti che hanno esaminato l’imputato è che Giorgio De Vito, al momento dell’omicidio, era capace di intendere e di volere. E sempre tutti gli specialisti hanno concordato sul metodo di analisi dell’imputato, non ritenendo necessario effettuare test , dato che il risultato della perizia era già chiaro: De Vito è sano di mente, quindi imputabile. Ha sì avuto un’infanzia difficile, ma come ricordato dal pm e dai legali di parte civile, è venuto a conoscenza di essere stato adottato a 18 anni, a un’età in cui la personalità è già formata. E di certo l’affetto da parte della madre adottiva non gli è mancato. Un argomento, questo della madre adottiva, che lo scuote ogni volta, tanto che oggi quando vengono riportate le dichiarazioni di quest’ultima, si è alzato e ha abbandonato l’aula esprimendo male parole e insultando gli avvocati.
IL RUOLO DELLA MICHTA- All’inizio dell’udienza di oggi la difesa ha chiesto l’acquisizione della sentenza di primo grado di condanna a 18 mesi di reclusione di Mariola Michta come dato processuale opportuno. Richiesta che ha incontrato l’opposizione sia del pm che delle parti civili e che è stata rigettata dal presidente della Corte perché “atto non necessario ai fini della decisione’’. E infatti, tanto nella requisitoria della pubblica accusa quanto nelle arringhe delle parti civili, le dichiarazioni che avrebbe rilasciato Michta, assolta in appello il 18 aprile scorso per non aver commesso il fatto, non farebbero che da contorno a una dinamica più che limpida: ad uccidere brutalmente Marcella è stato solo De Vito.
ERGASTOLO- E’ stato chiesto il carcere a vita per De Vito, con isolamento diurno per un anno e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. E per i suoi procedimenti penali pendenti, per i reati di furto commessi, le minacce e l’aver compiuto, a tre mesi dal delitto in questione, un’altra aggressione, per il comportamento “irriverente’’ tenuto in aula e per la sua personalità violenta e aggressiva non ricorrono le circostanze attenuanti generiche. Per l’accusa, invece, ci sarebbero gli estremi per la sussistenza di due circostanze aggravanti che, da sole, configurerebbero l’ergastolo: l’aver commesso l’omicidio per commettere la rapina e l’aver agito con sevizie e crudeltà. Delle trenta coltellate inferte a Marcella, solo le ultime due, infatti, sarebbero state fatali. La ''crudeltà'', inoltre, sta nell’aver agito di fronte alla bambina di Marcella, Giada, che avrebbe assistito alla morte della madre.
L'avvocato Sensini ha chiesto un maxi risarcimento di 1 milione di euro più una provvisionale di 200mila euro per danni morali e materiali, mentre le altre parti hanno chiesto una cifra che si aggira tra i 500mila e i 600mila euro.
Il 7 maggio la parola passerà alla difesa: gli avvocati Enrico Valentini e Mario Rosati. Due giorni dopo, al termine delle eventuali repliche, la Corte d’Assise entrerà in camera di consiglio per il verdetto.
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