ANNO 16 n° 272
“Ci sono i presupposti per il ricorso in Appello”
L'avvocato Valentini sulle motivazioni della sentenza della Corte d'Assise
04/07/2012 - 04:00

di Alessia Serangeli

VITERBO – “Sto leggendo la sentenza e devo ammettere che alcuni passaggi mi lasciano estremamente perplesso”. A parlare è l’avvocato Enrico Valentini, raggiunto telefonicamente nel pomeriggio di ieri. E cioè all’indomani della deposizione, da parte dei giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco, delle motivazioni della sentenza che ha condannato all’ergastolo Giorgio De Vito per l’efferato omicidio di Marcella Rizzello. Il legale, in particolare, si riferisce ad alcune circostanze che, secondo il suo parere, avrebbero meritato maggiore attenzione in sede di procedimento giudiziario, celebrato in Corte d’assise.

Stella (il pastore tedesco di Marcella), innanzitutto, e il luogo del delitto in secondo luogo. “Durante il dibattimento, amici e parenti della vittima hanno confermato quanto l’animale fosse aggressivo nei confronti di persone che non conosceva”, ha spiegato il legale.

“Tuttavia – ha aggiunto – la mattina del delitto nessuno dei vicini lo aveva sentito abbaiare”. Un elemento, questo, che già in fase di indagini preliminari, aveva aperto la strada a due ipotesi: o Stella era stata sedata, oppure conosceva il carnefice della sua padrona. Il primo dubbio era stato sciolto dopo il responso negativo degli esami del sangue cui era stato sottoposto l’animale. Il secondo, in realtà, resta irrisolto: persino Lucia Prastaro, la mamma di Marcella, sul banco dei testimoni aveva ammesso: “Il cane abbaiava anche a me quando tenevo in braccio mia nipote (la piccola Giada, ndr). Stella non era aggressiva solo quando erano presenti mia figlia o Francesco”.

Il secondo punto che per l’avvocato Valentini non è stato preso abbastanza in considerazione riguarda la scena criminis. “E’ stata alterata”, ha detto.

In effetti, quando quella mattina del 3 febbraio di due anni fa carabinieri e pm Petroselli arrivano in via dei Latini, a Civita Castellana, la camera da letto teatro del delitto era già stata “inquinata”. A rinvenire per primo il corpo senza vita della povera Marcella era stato il convivente Francesco Vincenzi.

“La donna – si legge proprio sui “Motivi della decisione” - si presentava con i pantaloni del pigiama abbassati fino alle ginocchia e con una bottiglia appoggiata sulla zona pubica. A quel punto – scrivono i giudici estensori Pacioni e Turco – Vincenzi, in preda al panico … aveva rimosso la bottiglia portandola in cucina, dove l’aveva anche sciacquata… aveva rialzato leggermente i pantaloni della donna… e successivamente chiamato la sorella, che aveva coperto il pube della vittima”.

Che la scena criminis fosse stata compromessa, dunque, è un dato di fatto. Come, tuttavia, è inconfutabile che il materiale biologico rinvenuto nella villetta in via dei Latini appartiene a De Vito, come a suo tempo dimostrato dall’esame di comparazione del Dna. In ogni caso, Valentini ne è convinto, “sussistono i presupposti per il ricorso in Appello”.

 

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