ANNO 16 n° 272
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Giorgio De Vito: ''Che significa ergastolo?''
Questa la prima domanda che il napoletano ha posto al suo avvocato

di Alessia Serangeli

VITERBO – Chi si aspettava di vederlo dare in escandescenze, come accaduto più d’una volta nel corso del processo, è rimasto deluso. Alle 14 e 30 in punto Giorgio De Vito ha preso posto davanti alla Corte d’assise con atteggiamento composto. Si è sistemato le cuffie (è affetto da sordità quasi totale) e ha ascoltato la lettura del dispositivo della sentenza da parte del giudice Maurizio Pacioni. E’ restato in silenzio; come impassibile alla condanna al carcere a vita appena emessa nei suoi confronti. Ma solo momentaneamente: il primo attimo di commozione non appena gli agenti di custodia lo riaccompagnavano fuori l’aula 4 del tribunale viterbese. Poi, il pianto.

La sentenza. E’ stata emessa dopo circa tre ore e mezzo di camera di consiglio. La Corte, presieduta da Pacioni con a latere Eugenio Turco, ha praticamente accolto tutte le richieste di accusa e parti civili, riconoscendo De Vito quale esecutore materiale dell’efferato omicidio di Marcella Rizzello, e condannandolo all’ergastolo con isolamento diurno per un anno.

La pena contempla anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, la revoca della patria potestà genitoriale e la provvisionale da centomila euro a ciascuna delle parti civili, ovvero: Lucia Prastaro, Pasquale e Marco Rizzello, rispettivamente genitori e fratello della vittima; Francesco Vincenzi (compagno di Marcella) anche in qualità di legale rappresentante della figlioletta Giada.

“Che significa ergastolo?”. Questa la prima domanda che De Vito, appena condannato, ha posto al suo difensore, l’avvocato Enrico Valentini. “Mi ha sconvolto perché questo la dice lunga sulla sua capacità di intendere e di volere”, ha commentato il legale, che non ha risparmiato critiche al modus operandi degli inquirenti durante la fase investigativa. “Le indagini non sono state svolte affatto bene”, ha detto; aggiungendo di trovare “assurdo il fatto che il processo sia stato celebrato in assenza di un testimone chiave”.

Il riferimento di Valentini è a Mariola Henrijka Michta, la polacca ex compagna di De Vito prima condannata a diciotto anni con rito abbreviato e poi assolta perché “non era sul luogo del delitto”. “La sua deposizione sarebbe stata fondamentale per chiarire i molteplici punti che, tutt’oggi, restano oscuri”.

Il ricorso in appello. “Non appena preso possesso delle motivazioni della sentenza (saranno depositate entro novanta giorni, ndr) presenterò ricorso”. Non ha dubbi l’avvocato Valentini perché “di motivi ne ho a iosa” . Nel frattempo, però, “mi auguro che De Vito non faccia pazzie perché è molto turbato”.

Malore per la madre della vittima. Subito dopo la lettura del dispositivo, Lucia Prastaro ha avuto un leggero mancamento, probabilmente dovuto alla tensione accumulata nel corso della lunga mattinata trascorsa attendendo il verdetto della Corte. Ad assistere la madre di Marcella, il figlio Marco e il genero. “Siamo molto soddisfatti e ringraziamo di cuore tutti gli avvocati e il pm Petroselli. Senza di loro non sappiamo come avremmo fatto ad affrontare la tragedia che ci è piombata addosso”.

“Adesso Marcella può riposare in pace”. Per tre mesi, e cioè dal giorno del delitto (3 febbraio 2010) fino all’arresto di De Vito (17 maggio 2010) era stato lui l’indiziato principale. Aveva scoperto per primo il corpo senza vita della compagna e, invece di chiamare i soccorsi, aveva telefonato alla sorella. Una circostanza “inconsueta” per gli inquirenti che, interrogatorio dopo interrogatorio, avevano pressato Francesco Vincenzi alla ricerca di una verità che poi si sarebbe scoperta inesistente.

Ieri, vederlo commosso fino alle lacrime perché “giustizia è stata fatta e adesso Marcella può riposare in pace”, ha fatto un certo effetto. “Giada sta bene”, ha detto rispondendo ai cronisti. “Adesso ha tre anni e mezzo e va all’asilo da settembre. Vive con me ed è circondata dall’affetto dei nonni e degli zii che mi aiutano tantissimo”. E sono soprattutto le nonne e la sorella di Vincenzi a prendersi cura di lei perché “con una bambina piccola la figura di una donna è indispensabile”.

Per Giada, che aveva appena quattordici mesi quando ha assistito alla brutale uccisione della sua mamma, non è ancora tempo di conoscere la verità. “Per fortuna è piccola – ha concluso Vincenzi – sa soltanto che la sua mamma è in cielo e che le vuole bene”.

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