

di Alessia Serangeli
VITERBO – Può una persona essere riconosciuta nel pieno della sue facoltà mentali ma anche “temporaneamente incapace di intendere e di volere”?. Forse no; sebbene sia scritto nero su bianco sue due perizie medico-legali, svolte da diversi specialisti sullo stesso soggetto. Imputato, però, in due processi differenti.
A convalidare la tesi che una persona sana di mente possa essere colta da un raptus “temporaneo” era stata, il 9 maggio di un anno fa, la Corte d'assise del giudice Maurizio Pacioni che aveva condannato il napoletano Giorgio De Vito, 37 anni, al carcere a vita per l'efferato omicidio della giovane mamma Marcella Rizzello.
Le perizie. De Vito, con un'infanzia alle spalle a dir poco drammatica (il padre non lo ha mai conosciuto, la madre naturale lo abbandonò da piccolissimo, e quando frequentava le scuole medie venne abusato da alcuni coetanei), era stato ritenuto non equilibrato nel gestire i suoi stati emozionali in circostanze particolari da un pool di specialisti incaricato dal gip Franca Marinelli durante il processo con rito abbreviato in cui era imputato per il tentato omicidio di Emiliano Liberati.
Diverso il risultato dell'altra perizia, quella svolta dai consulenti nominati in seno al procedimento per il delitto Rizzello, secondo cui, invece, il napoletano (affetto, tra l'altro, da sordità) sarebbe completamente in grado di intendere e di volere .
Ora, arrivati al secondo grado di giudizio, il punto è: due valutazioni tanto diverse possono portare ad una sentenza di condanna che sia al di là di ogni ragionevole dubbio?
A sciogliere l’interrogativo sarà la Corte d’assise d’appello di Roma, davanti alla quale ieri mattina si è aperto il processo di secondo grado per l’omicidio Rizzello, avvenuto il 3 febbraio 2010.
L'Appello. “I giudici hanno acquisito la perizia che i medici della Asl Mario Morucci (psicologo e psicoterapeuta) ed Eugenio Pascucci (medico chirurgo), e lo specialista in medicina legale Alessandro Pinnavaia effettuarono sul mio assistito”, ha affermato l’avvocato Enrico Valentini, legale di De Vito.
“Se si può affermare – avevano scritto i periti – che su un piano cognitivo il De Vito, in linea di massima, ha sufficiente capacità di coscienza, è necessario sottolineare che tale funzione viene ad essere significativamente ridotta in via transitoria e situazionale in presenza di una specifica causa scatenante, con conseguenze anche sulla facoltà di autodeterminarsi liberamente”. La causa scatenante, in quel caso, sarebbe stata la gelosia nei confronti di Liberati, compagno della polacca Mariola Michta, ex di De Vito.
Più difficile, al contrario, rintracciare una “causa scatenante” nel caso dell’omicidio Rizzello, perché tra De Vito e la vittima non c’era alcun rapporto.
Per i periti del tentato omicidio, in ogni caso, De Vito è “un soggetto socialmente pericoloso”. Per l’avvocato Valentini resta invece una persona malata e, come tale, “va curata e non condannata”.
“Siamo moderatamente soddisfatti”, ha detto Valentini al termine dell’udienza di ieri. ''Prima di fare commenti aspettiamo di conoscere quale sarà il verdetto della Corte''.
Nelle aule di giustizia capitoline erano presenti anche gli avvocati di parte civile Stefania Sensini, Fabrizio Ballarini e Antonio Rizzello, che si sono opposti a tutte le istanze istruttorie che l’avvocato di De Vito aveva presentato nel ricorso depositato qualche settimana fa. (A rappresentare la pubblica accusa è Otello Lupacchini, lo stesso pm del processo alla banda della Magliana).
La seduta è stata aggiornata al 20 maggio prossimo per la discussione. Poi la sentenza. (Che potrebbe ribaltare, o attenuare, la condanna di primo grado inflitta a De Vito).
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