

VITERBO – ''Uomo dall’indole particolarmente malvagia, insensibile a ogni richiamo umanitario''. Così viene definito Giorgio De Vito nelle motivazioni, depositate ieri, della sentenza della Corte d’Assise di Viterbo che il 9 maggio scorso gli ha inflitto l’ergastolo per l’omicidio di Marcella Rizzello.
Gli estensori della sentenza, il presidente della Corte Mauro Pacioni e il giudice a latere Eugenio Turco, fanno discendere il loro giudizio su De Vito, non tanto dal numero delle coltellate inflitte alla giovane, circa trenta, ma dal fatto che abbia commesso il delitto sotto gli occhi della figlioletta della vittima, Giada, che all’epoca dei fatti aveva solo 13 mesi, e dalla circostanza che, mentre la donna era distesa a terra, in un lago di sangue, probabilmente ancora viva, le abbassò i pantaloni del pigiama e le pose una bottiglia tra le gambe.
Nelle 34 pagine di motivazioni, i magistrati sottolineano che De Vito ha agito con ''inaudita furia omicida”, mosso dal “fermo proposito di provocare la morte della donna''.
Secondo i giudici, ''i plurimi e concordanti elementi di prova'' che non lasciano dubbio alcuno sulla colpevolezza di De Vito sono: il suo Dna estratto da numerose macchie ematiche trovate sul luogo del delitto; le sue impronte digitali disseminate sia nel bagno che nella camera da letto della vittima; il ritrovamento della macchina fotografica rubata alla vittima nell’abitazione della madre adottiva dell’imputato.
Anche il movente, ad avviso dei giudici, è inoppugnabile: voleva compiere un furto, ma quando si è trovato di fronte la proprietaria della casa non ha esitato ad ucciderla ''per evitare di essere denunciato e garantirsi l’impunità''.
I magistrati non hanno alcun dubbio nemmeno sul fatto che De Vito, al momento del delitto fosse completamente sano di mente, sebbene dotato di una ''spiccata forza criminale'' e di ''un carattere estremamente violento''. Carattere che è emerso anche dal comportamento processuale tenuto, definito ''assolutamente negativo'', come dimostrano le ''ripetute dichiarazioni di disprezzo rivolte sia la Pm che alle parti civili''.
Marcella Rizzello venne uccisa la mattina del 3 febbraio 2010 nella sua abitazione, una villetta, alla periferia di Civita Castellana. Dopo oltre due mesi, indagando su un tentato omicidio in cui era coinvolto De Vito, per il quale è stato recentemente condannato a 9 anni di carcere, i carabinieri prelevarono il suo Dna e lo confrontarono con quello estratto da alcune tracce ematiche trovate in casa Rizzello. Il risultato fu inconfutabile: corrispondevano perfettamente.
L’uomo fu arrestato insieme alla sua ex compagna Moriola Mixta, che confessò di essere stata nell’abitazione della vittima insieme a De vito per compiere un furto, tanto che fu condannata a 18 anni di reclusione con il rito abbreviato. Ma è stata poi assolta in appello perché è stato dimostrato che la mattina dell’omicidio si trovava a Roma, al Cto, per una visita specialistica. Non è stato mai chiarito per quale ragione la donna polacco si autoaccusò. Ora è stata scarcerata ed è ospite di un convento di suore.
I difensori di De Vito, come avevano annunciato subito la lettura della sentenza, presenteranno ricorso in appello.
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