


Se il pesco è la diva drammatica del frutteto, l'albicocco (Prunus armeniaca) è il supereroe resiliente con un passato da filosofo. In Oriente lo chiamano ancora 'mela d'oro', e non è difficile capire perché. Cinque mila anni fa, tra i climi brutali dell’Asia Centrale – dove gli inverni ti congelano le ciglia e le estati ti sciolgono le scarpe – questo albero ha fatto un addestramento militare che lo ha reso praticamente indistruttibile.

Ma la parte migliore è l'uso geniale che ne hanno fatto gli umani.
Nel III secolo d.C., in Cina, viveva un medico leggendario di nome Dong Feng. Aveva una politica tariffaria bizzarra: non voleva monete d'oro. Se ti guariva da una malattia grave, ti chiedeva di piantare cinque alberi di albicocco sulla montagna; se la malattia era lieve, bastava uno.
Risultato? In pochi anni nacque una foresta sterminata. Da allora, se in Cina dite a un medico che ha una 'foresta di albicocchi', gli state facendo il complimento più grande della sua vita (significa che è un professionista onesto e stimatissimo). Immaginate se oggi il vostro medico di base vi chiedesse tre piante di pomodoro a visita.
Dalla Cina, l'albicocca ha preso la Via della Seta. Pare che Alessandro Magno ne andasse matto (e visti i suoi gusti da conquistatore, ci crediamo sulla fiducia). I Romani la importarono chiamandola malum armeniacum ('mela armena') e decisero che era il frutto perfetto per i loro banchetti.
Nel I secolo a.C., il maestro di cucina Apicio propose una ricetta che oggi farebbe svenire Masterchef: albicocche cotte con pepe, menta secca, miele, vino e garum (la loro famigerata e fetida salsa di pesce fermentato). Dolce, piccante, salato e mentolato tutto insieme. Coraggiosi, questi Romani.
Curiosità etimologica per fare i dotti a cena: Sapete da dove viene la parola 'albicocca'? È un mix pazzesco. Viene dal latino praecoquum (che significa 'precoce', perché fiorisce prestissimo) fuso con l'arabo al-barquq. Un frutto che è letteralmente un ponte linguistico tra Roma e Baghdad.
L'albicocca è un camaleonte culturale. Nella Roma antica era sacra a Venere (si pensava facesse diventare più belli), mentre il popolo Hunza, in Pakistan, misurava la ricchezza di un uomo non dal conto in banca, ma da quanti albicocchi possedeva.
Ancora oggi, se girate l'Italia, i dialetti ne custodiscono la storia come fossili:
In Liguria è l'armugnin
In Piemonte l'armugnac
In Veneto l'armelin
Al Sud la precoche
Praticamente, mezza Italia parla ancora latino e l'altra mezza parla armeno senza saperlo. E in cucina? Fa da colla diplomatica tra Austria e Oriente, visto che è la sua gelatina a tenere insieme la leggendaria Torta Sacher.
Se volete tentare l'impresa di piantarne uno in giardino, sappiate che l'albicocco ha i nervi d'acciaio ma il cuore tenero. Sopporta il gelo polare in inverno, ma ha il difetto di fiorire troppo presto (tra febbraio e marzo). Basta una gelata tardiva e addio raccolto.
E il frutto? Quando è maturo è uno spettacolo: arancione intenso con quelle macchioline rosse che sembrano deliziose lentiggini solari.
Il segreto di bellezza: Dal suo seme si estrae un olio pazzesco usato nei cosmetici antirughe.
Il segreto mortale (o quasi): Dentro il nocciolo ci sono le armelline, i semini amari che si usano negli amaretti. Attenzione, però: contengono piccole dosi di un derivato dell'acido cianidrico (sì, il cianuro). Se ne mangiate due o tre non succede nulla, ma non abbuffatevi come se fossero pistacchi, a meno che non vogliate testare la medicina virtuosa di Dong Feng in prima persona!
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