



C’è un momento preciso dell’anno in cui tutti perdiamo ogni dignità e compostezza: quando compaiono le prime ciliegie sui banchi del mercato. Mani infilate nei sacchetti, noccioli sputati di nascosto e la classica bugia “ne mangio solo un’altra” ripetuta quarantaquattro volte di fila.
Ma da dove viene questa dipendenza collettiva? La colpa – o il merito – è di un generale romano con un debole per la bella vita.

Nel 73 a.C. il console romano Lucio Licinio Lucullo si trovava in missione nell'attuale Turchia, impegnato nella guerra contro Mitridate. Tra una battaglia e l'altra, si imbatté nella città di Cerasunte, sul Mar Nero. Non sappiamo se a colpirlo di più fu il paesaggio o le macchie rosso fuoco sugli alberi; sta di fatto che Lucullo decise di fare i bagagli e tornare a Roma portando con sé diverse piante di ciliegio.
Il generale, già famoso all'epoca per i suoi banchetti sfarzosi (da qui il termine 'luculliano'), diede il via a una vera e propria moda. In pochi decenni il ciliegio conquistò prima la Capitale dell'Impero e poi l'Europa intera. Il suo nome scientifico, Prunus avium (letteralmente “ciliegio degli uccelli”), ci ricorda però che i volatili avevano scoperto questa prelibatezza ben prima dei Romani.

Attorno a questo albero sono nate storie incredibili, che oscillano tra il sacro, il profano e il decisamente inquietante:
I demoni del Nord: In Germania e in Danimarca si raccontava che i demoni usassero i vecchi ciliegi come nascondiglio preferito, pronti a lanciare maledizioni e malattie a chiunque osasse avvicinarsi troppo.
Il miracolo d'inverno in Italia: Da noi le ciliegie hanno un santo patrono, San Gerardo Tintore (protettore di Monza). La leggenda narra che in una fredda sera di dicembre volesse restare a pregare nel Duomo. Per convincere i canonici che volevano cacciarlo, promise loro un cesto di ciliegi mature. La mattina dopo, in pieno inverno, si presentò con i frutti freschi tra le mani.
Il codice dei Samurai: In Giappone, il fiore di ciliegio (sakura) è simbolo di grazia e integrità morale. La ciliegia rosso sangue, invece, divenne l'emblema dei Samurai, pronti a sacrificare la propria vita nel momento di massimo splendore, proprio come il frutto che cade dall'albero quando è all'apice della sua bellezza.
Se pensate che coltivare ciliegie sia facile, vi sbagliate di grosso. Il ciliegio è una pianta bellissima, generosa e profumata, ma ha un carattere decisamente difficile:
È autosterile: Non riesce a fare tutto da solo. Per fruttificare ha bisogno di un 'partner' di una varietà diversa nelle vicinanze. L'impollinazione è totalmente affidata al lavoro sporco di api e bombi.
Inoltre, odia i ristagni d'acqua e detesta i tagli. Se provate a potarlo in inverno, l'albero protesta visibilmente emettendo una gomma appiccicosa dalle ferite. Un vero dramma di pianta.
Oggi la famiglia delle ciliegie si divide principalmente in due grandi categorie:
I Duroni: Hanno una polpa soda, croccante e resistono benissimo ai viaggi. Sono le star della grande distribuzione.
Le Tenerine: Più delicate, succose e morbide, vanno consumate quasi sul posto appena colte.
Tra le varietà più amate spicca la Ferrovia (gigante e dolcissima, orgoglio del Sud Italia), seguita dalla Van e dalla Sweet Heart. Se invece parliamo di amarene, marasche e visciole, ci spostiamo sul versante più acido, perfetto per sciroppi, marmellate e liquori.
Oltre a essere buone, le ciliegie sono una vera e propria medicina naturale. Sono ricche di vitamine A, C e del gruppo B, oltre a contenere ferro, calcio, magnesio e potassio.
La vera chicca? Contengono i salicilati, ovvero lo stesso principio attivo della comune aspirina. Hanno quindi proprietà antinfiammatorie naturali capaci di favorire il benessere di articolazioni e muscoli.
Insomma: cura il corpo, sa d'estate, ha duemila anni di storia e ci regala il brivido di provare ad annodare il gambo con la lingua durante i pranzi di matrimonio. Cosa si può chiedere di più a un piccolo frutto rosso?
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