


VITERBO - Giallo, retato, liscio, costoluto. Praticamente un camaleonte che si nasconde sotto una corazza ruvida, ma che dentro nasconde una polpa arancione che urla 'spiaggia, ombrellone e ferie' ancor prima del primo morso.

All’anagrafe botanica fa il sofisticato: si chiama Cucumis melo ed è una cucurbitacea. Sì, esatto, è il cugino ricco e profumato di zucche, cetrioli e cocomeri. Sulle sue origini c'è il mistero tipico delle grandi star: un po' Caucaso, un po' Iran, un pizzico di Africa e Asia. Quel che è certo è che gli Egizi lo adoravano e i Romani lo hanno reso un influencer del Mediterraneo.
Prendiamo il Cantalupo, ad esempio. La leggenda narra che questa varietà sia stata selezionata a Cantalupo in Sabina, nel Lazio, grazie a dei semi arrivati dall’Oriente. Una scalata sociale niente male: da clandestino in un sacco di iuta a ospite fisso dei banchetti di papi e nobili.
In campo, però, il melone perde tutta la sua flemma aristocratica e si rivela per quello che è: un ipocondriaco d'altri tempi.
Odia l'umidità: Ama il caldo torrenziale e i terreni drenati. Se vede un ristagno idrico, va in depressione.
Problemi di coppia: Produce fiori maschili e femminili sulla stessa pianta, ma per far scoccare la scintilla (l’allegagione) ha bisogno di un mediatore matrimoniale: gli insetti pronubi. Senza api, il melone resta un single incallito e addio frutti.
Monogamo del terreno: Non provate a piantarlo dove l'anno prima c'era una sua cugina zucca, o vi scatenerà contro l'apocalisse dei parassiti. Esige la rotazione.
Bisogna osservare il cambio di colore, annusare come segugi, controllare che la peluria sia sparita e che ci sia quella micro-fessurazione vicino al peduncolo che dice 'ok, sono pronto'. Raccoglierlo troppo presto è un crimine contro l'umanità: vi ritroverete nel piatto una specie di cetriolo insipido, una promessa di dolcezza infranta che vi lascerà solo l'amaro in bocca (anzi, il neutro).

Il paradosso del melone: È una borraccia travestita da frutto. Composto al 90% d'acqua, ha pochissime calorie, ma è così pieno di potassio, vitamina C e beta-carotene che dopo averlo mangiato vi sentirete subito pronti per la prova costume.
Ed è probabilmente da questo terrore medievale che è nato il miracolo del prosciutto e melone: un matrimonio combinato per scopi terapeutici e diventato il Re indiscusso dei pranzi estivi pigri.
Oggi lo guardiamo con meno paranoia e più acquolina in bocca, ricordandoci l'unica, vera regola d’oro: il melone buono si rimorchia prima con il naso, e solo dopo si conquista con il palato. Sotto quella buccia grezza c'è una lezione di vita: la vera dolcezza richiede sole, pazienza, il lavoro delle api e il tempismo perfetto. Perché l'estate, quando è fatta bene, profuma di melone maturo. E di nient'altro.
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