

VITERBO – Via della Palazzina alle otto della sera è un muro di folla e di macchine parcheggiate. E già così, al primo impatto, si capisce che sta iniziando una notte speciale, come di notti così non c’erano state più quasi da dieci anni. La Viterbese che nella finale playoff sfida lo Spoleto e lo annichilisce è calcio, ma non solo calcio. E’ la città che torna a vivere la sua squadra, che riscopre il piacere di andare allo stadio, di stare insieme in tribuna, di esultare (e a volte pure di insultare). “E’ un’altra Santa Rosa”, mormora qualcuno in vena di romanticismo. La fila ai botteghini per prendere i biglietti. Lunga, ma paziente. Poi si va dentro, si sale su verso la tribuna, costeggiando il muro degli eroi, con le foto degli squadroni del passato. Tutto sommato: quelli che scendono in campo oggi, Riommi e Fapperdue, Ciogli e Scardini e Vegnaduzzo, soprattutto Vegnaduzzo, non sono mica da meno. Eroi pure loro, specie in questa sera di playoff.
Al varco finale si entra rapidamente, si accetta di buon grado persino la perquisizione della polizia (“Ma non vede che è solo una bandiera gialloblu, agente?”). Si lasciano gli ombrelli, perché sono vietati, e alla fine c’è come un muro di ombrelli, di tutte le dimensioni e di tutti i colori. Il cimitero degli ombrelli. Poi, finalmente, si è dentro. Non c’è neanche il tempo di andare al bar a prendere i borghetti, perché lo speaker sta già recitando le formazioni. Vai con l’inno (in serate come queste pure l’inno della Viterbese sembra bello, sembra cantabile). Pure la curva si riempie, e attacca: “E tanto già lo so/che l’anno prossimo/io gioco in Lega Proooo”. Il coro della serata, ripetuto ossessivamente finché non diventerà il ballo della vittoria.
Si comincia, e si vede subito che stasera il leone mozzica. Quando Schettino fa il fallo da rigore e si becca la seconda ammonizione fioccano sputtanatissime battute sul capitano della Costa Concordia e il difensore degli umbri: ma no, non sono mica la stessa persona, però sempre di naufragio alla fine si parla. Dal dischetto Vegnaduzzo la butta dentro, e mica c’erano dubbi. In tribuna, il suo procuratore Leopoldo Ciprianetti se lo mangia con gli occhi: è valsa la pena fare tutti ‘sti sacrifici per restare alla Viterbese se poi scappano fuori serate così. Lo stadio esplode, la gente esulta, e solo allora ci si accorge di quanti sono realmente: c’è gente in piedi dappertutto, tra le file, ai lati della tribuna stampa, attaccati alla rete di recinzione. Duemila, forse di più. Che adesso ruggiscono di brutto.
All’intervallo si può tirare il fiato. Sgranchirsi. Dissetarsi. Rifocillarsi nel fisico e nell’anima. Al bar c’è la fila, la birra scorre a fiumi. Si salutano gli ex gialloblu che non sono voluti mancare: Daniele Ingiosi, Antonio Musella, vecchi baluardi di squadre rimaste nei cuori. I candidati ne approfittano per fare campagna elettorale, ma chi se li fila? Stasera si vota solo Viterbese. C’è Vincenzo Camilli, presidente della Castrense, forse venuto a vedere quella serie D dove approderà presto, se continua a vincere così. Ci sono allenatori, giocatori, dirigenti di tutte le squadre della provincia.
Poi si ricomincia. Nikolla raddoppia, la partita è tecnicamente finita. Il vicepresidente Maurizio Donsanti s’aggrappa alla rete, birra in mano e si stropiccia gli occhi: “E’ tutto vero? Ma che cosa abbiamo combinato?”. Avete resuscitato una città, signor presidente. Quelli della panchina che si riscaldano sperando di entrare per partecipare alla festa hanno un sorriso largo largo. Godono. Pero Nullo cerca il gol ma non lo trova: s’è appena laureato con 110 e lode, ma per i tifosi era già dottore ad honorem, con i piedi che si ritrova. Quando arriva il tris anche Scardini, con la stampella e la borsa del ghiaccio, salta come un grillo. Dalla tribuna intonano “Ma che siete venuti a fa’” e allora si aspetta solo il fischio finale per entrare dentro il campo e abbracciare la squadra.
E’ notte, in sala stampa. “Adesso non ci batte più nessuno”, sussurra il preparatore Cristiano Giovannini, uno che c’era anche ai tempi bui. Farris attacca a parlare ai giornalisti, ma da fuori arriva il boato, i tifosi fanno irruzione, bandiere e sciarpe per tutti. Max si commuove. Si balla sui tavoli. Non c’è nessuna voglia di andare a dormire. Né oggi né mai più, con questa squadra e con questa gente.
Notizie correlate