

22 maggio 2007, la Tuscia sotto choc. Era il periodo in cui, sulle cronache di tutta Italia, iniziavano ad imporsi termini come “bullismo” e “branco” . Quel giorno, con non poco sgomento, si sarebbero imposti anche su quelle viterbesi.
“Ragazzina stuprata dal branco”. “Adolescente violentata a turno nel bosco”. “Abusata nella pineta comunale, identificati gli stupratori. Montalto sotto choc”. Questi i titoli che campeggiavano all’indomani degli arresti su tutti i quotidiani cittadini, ma anche su quelli nazionali. Il 22 maggio 2007, alla conferenza indetta dal capo della Mobile, Fabio Zampaglione, erano presenti i cronisti di tutte le principali testate giornalistiche del Paese.
In quella circostanza vengono esposti i fatti, così come ricostruiti dalla vittima, con il supporto degli psicologi della Asl e del personale della Sezione reati contro i minori della Questura.
La ricostruzione dello stupro. Erano in otto e, con quella ragazzina inerme e un po’ paffuta, fecero il comodo loro dandosi il cambio (dalla mezzanotte alle tre del mattino) e lasciandola a terra seminuda e piena di graffi. Poi, il più bullo tra i bulli del gruppo, aveva preso il telefonino e scattato una foto-ricordo al luogo delle stupro. La pineta comunale di Montalto di Castro, lì dove l’avevano portata al termine della festa di compleanno di un tale Giuseppe che, quella sera, festeggiava 18 anni. Era il 31 marzo di sei anni fa e loro, gli otto stupratori, sarebbero stati arrestati dopo quasi due mesi di indagini serrate e condotte nel massimo riserbo.
Il più piccolo aveva 14 anni e mezzo, il più grande nemmeno 17; uno faceva il bagnino, un altro il pastore e un altro ancora l’operaio; gli altri andavano a scuola. Una baby gang di “bravi ragazzi”. Quando i poliziotti bussarono alle loro case per notificare le ordinanze, non versarono una lacrima; semmai piansero i genitori. Lei, invece, la quindicenne di Tarquinia, quando seppe degli arresti, disse: “Sono contenta, ma il male che mi hanno fatto non si cancella”.
“Guai a te se parli”. Dopo averla stuprata l’avevano minacciata. E lei, impaurita, aveva ubbidito. Non una parola in famiglia, e nemmeno a scuola. Solo che i professori, notando un crollo nel rendimento, allertarono i servizi sociali di Tarquinia che, a loro volta, chiesero aiuto alla Polizia. Alla fine, la ragazzina raccontò tutto. “C’era una festa con oltre cento invitati e, ad un certo punto, un mio caro amico mi chiese di fare una passeggiata in pineta. Poi però allungò le mani, io lo respinsi e spuntarono fuori tutti gli altri. Poi…”.
“Era consenziente”. “E’ stato un gioco, lei ci stava, era ubriaca fradicia, non è una santarellina. Aveva la minigonna nera e ci ha provocati”. Solo uno, davanti ai genitori, aveva ammesso: “Ho sbagliato, ho fatto una c...”. Poi più nulla, da nessuno: né una lacrima né un gesto di pentimento: tutti avevano respinto le accuse, dichiarando che la quindicenne “era consenziente”. Poi, intorno alla metà del mese di luglio, il prestito del Comune a loro favore.
Il sindaco paga gli avvocati al branco. Ad un paio di mesi dagli arresti (ai domiciliari), la trovata (infelice) del sindaco di Montalto. “Quei ragazzi vanno difesi con i soldi dell’amministrazione”. E stanzia cinquemila euro a testa “per garantire un giusto processo”. Salvatore Carai finisce nel tritacarne, ma lui rivendica la decisione, respinge le critiche e si professa “garantista”. “Abbiamo deciso di aiutare questi ragazzi perché non sono in grado di provvedere da soli, né con l’aiuto delle famiglie, alle spese legali”. Infatti proprio per questo ci sono gli avvocati d’ufficio, ma Carai non lo sapeva. “Mi intendo poco di queste faccende; comunque è chiaro che i soldi dovranno restituirli”. Uno dei ragazzi, è il nipote dell’ex sindaco della cittadina tirrenica.
Sospensione del processo e messa in prova degli otto ragazzi. Il 17 ottobre del 2009 il tribunale dei minori di Roma concede la sospensione del processo con “messa in prova” per 24 mesi agli otto ragazzi. Prima di ottenere il beneficio, avevano dichiarato a verbale il loro pentimento. La 'messa in prova', prevede, oltre alla sospensione del processo a carico di minori, il loro affidamento ai servizi sociali dell'amministrazione della giustizia che, anche in collaborazione con i servizi socio-assistenziali degli enti locali, svolgono nei loro confronti attività di osservazione, sostegno e controllo. Alla fine del periodo, se l'esito viene giudicato positivo, il reato viene dichiarato estinto.
La decisione del collegio capitolino genera una fiumana di polemiche che si rincorrono una dietro l’altra su giornali e tivù. Rimane impressa nella memoria di quanti (e sono tanti) hanno seguito la vicenda, la diretta televisiva andata in onda da Montalto di Castro il 25 ottobre 2009 su Canale 5 in un clima di intimidazioni e argomentazioni da far accapponare la pelle. Nello studio di Domenica 5, la conduttrice Barbara D’Urso e il giornalista Paolo Brachino, insieme agli ospiti Daniela Bizzarri, Alba Parietti, Vittorio Sgarbi e Daniela Santanchè. In collegamento da Montalto l’allora consigliere di Palazzo Gentili Francesco Battistoni, sceso in campo per i diritti (praticamente calpestati) della ragazzina. Non potè nemmeno parlare. In piazza c’era un’impiegata del Comune, l'avvocato di uno dei ragazzi ed un manipolo di persone che diedero vita ad uno spettacolo davvero indegno. “Era pure brutta e portava la minigonna”, urlavano. E ci fu pure una mezza aggressione all’unica montaltese che tentò di difendere la vittima. A fronte degli inevitabili attacchi che si erano susseguiti a mezzo stampa all’amministrazione comunale (ma, a dirla tutta, anche alla comunità montaltese) il caso si pone all’attenzione dell’opinione pubblica e degli organi giudiziari competenti.
La Cassazione spinge il piede sull’acceleratore. Il 3 luglio 2010 la Suprema Corte accoglie il ricorso della Procura generale del tribunale dei minori di Roma contro la 'messa in prova' e riprende il procedimento, sospeso in fase di udienza preliminare, a carico degli otto ragazzi..
14 aprile 2011, il branco alla sbarra. Il processo entra nel vivo: nel corso delle varie udienze sono stati ascoltati decine di testimoni, sia dell’accusa che della difesa. Che non avrebbero potuto essere più discordanti. In questo anno e mezzo di udienze, rinvii e polemiche la ragazzina è sempre rimasta dietro le quinte e non ha mai preso parte alle sedute nell’aula giudiziaria del tribunale capitolino. Sempre presente, invece, la mamma Agata, sostenuta da Daniela Bizzarri, in prima fila sin dall’inizio.
Subito dopo gli arresti degli otto stupratori, l’allora consigliera di Parità di Palazzo Gentili aveva garantito che, mai, avrebbe fatto mancare il suo appoggio alla ragazza, oggi 21enne, e alla sua famiglia. E, va detto, è stata di parola. Nel corso di tutti questi anni gli è sempre stata vicina e non ha saltato un’udienza. Anzi, si è fatta portavoce della battaglia giudiziaria arrivando a manifestare contro i numerosi rinvii che si sono succeduti durante il procedimento in tribunale.
28 gennaio 2013: il processo volge al termine. Trentadue anni complessivi di reclusione sono stati chiesti ieri dal pubblico ministero Carlo Paolella a carico degli otto giovani. Al termine della requisitoria del Pm sono iniziati gli interventi degli avvocati della difesa. Intorno alle 15, l’udienza è stata aggiornata al 4 marzo prossimo: non è ancora certo se i giudici si riuniranno in camera di consiglio per emettere la sentenza in quella data o disporranno un altro rinvio. Comunque, il verdetto dovrebbe arrivare al più tardi nei primi giorni di aprile. A sei anni esatti dalla violenza.
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