

di Flavia Ludovisi
VITERBO – Sette anni e quindici giorni di reclusione con l’esclusione dell’aggravante della minorata difesa e la sussistenza dell’attenuante per semi infermità mentale. Questa è la sentenza emessa nella tarda serata di ieri, 5 giugno, dal gup Franca Marinelli per il processo per tentato omicidio a carico di Giorgio De Vito, il 37enne napoletano già condannato all’ergastolo per l’omicidio di Marcella Rizzello.
Quel 12 maggio del 2010, dunque, De Vito ha tentato di uccidere Emiliano Liberati a colpi di scimitarra. Non sono state riconosciute semplici lesioni seppur gravissime, come aveva chiesto la difesa (l’avvocato Enrico Valentini, ndr), si è trattato di un vero e proprio tentato omicidio. Ma una “svolta”, una novità, in questo processo c’è stata: il riconoscimento della semi infermità mentale dell’imputato. “Si prospetta così - ha dichiarato Valentini – uno scenario interessante per l’appello in Assise del processo per il delitto Rizzello per il quale De Vito è stato condannato al carcere a vita’’.
Soddisfatti anche i legali di parte civile, Antonio Maria Carlevaro e Roberto Fava, rispettivamente per Emiliano Liberati e Mariola Michta ai quali è stata riconosciuta una provvisionale di 10.000 e 1000 euro per danni morali e materiali. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro 90 giorni, e sia il pm, Renzo Petroselli, e le parti civili che la difesa non escludono un ricorso in appello.
Erano presenti in aula, ieri, sia Liberati, accompagnato dalla sorella, sia De Vito. Non si sono neanche guardati i due nemici storici ma hanno assistito composti alla discussione e alla sentenza. La ferita alla mano di Liberati è ora una cicatrice profonda che gli impedisce i movimenti e, ovviamente, anche di trovare lavoro. E non percepisce ancora alcuna pensione nonostante sia invalido al 65%.
I FATTI - Per l’accusa De Vito avrebbe tratto in inganno la sua ex Michta e il nuovo compagno di lei, Liberati per coglierli di sorpresa una volta entrati in casa e lì, nascosto sotto il letto, avrebbe sfogato la sua gelosia a colpi di scimitarra e coltello. Se non si fosse frapposta la Michta, De Vito avrebbe ucciso Liberati. Si sarebbe fermato non per desistenza volontaria, però, ma perché Michta era a conoscenza di “segreti” (l’omicidio di Marcella Rizzello) che all’epoca dell'aggressione non erano ancora noti. Per la difesa, invece, questa ricostruzione dei fatti è assurda. Primo perché si basa solo sulle dichiarazioni delle due parti lese, l’uno gravato da numerosi precedenti penali e l’altra, seppur mai sottoposta a perizia psichiatrica, considerata poco credibile stante le sue deposizioni relative al noir di Civita. Secondo perché, data per assodata la sentenza di condanna per aver ucciso Marcella Rizzello, De Vito è considerato chiaramente un omicida e non si sarebbe fatto scrupolo a “finire” con un altro colpo Liberati se il suo intento fosse stato quello di uccidere. Ecco perché, in questo caso, per la difesa, non si configurerebbe un reato di tentato omicidio ma un reato di lesioni personali, anche se gravissime.
LA PERIZIA PSICHIATRICA - La perizia svolta su De Vito da un collegio di psicologi d’ufficio era stata chiara: “De Vito aveva una capacità di intendere e di volere fortemente scemata al momento del fatto”. Per l’accusa si tratterebbe solo di argomentazioni non essendo stata fatta una vera e propria diagnosi. Il disturbo della personalità evidenziato sarebbe generico e non spiegherebbe, poi, per quanto tempo sarebbe durata questa incapacità. Per la difesa, invece, i numerosissimi test a cui è stato sottoposto De Vito mostrerebbero eccome la diagnosi. Così come ha riportato il pool di periti si tratta di “una personalità borderline con tratti psicotici e narcisisti”. E ancora, ha sostenuto sempre l’avvocato Valentini, per i periti sarebbe bastato un solo episodio a fronte dei numerosi che invece De Vito ha dovuto sopportare nella vita a provocare in lui forti disturbi del carattere.
L’accusa aveva chiesto 12 anni di reclusione per tentato omicidio, con l’aggravante della minorata difesa e l’insussistenza delle attenuanti generiche. Per la difesa De Vito è colpevole di lesioni personali, non di tentato omicidio, e la pena dovrebbe essere ridotta per incapacità di intendere e di volere. Per il gup, invece, stante il giudizio abbreviato chiesto dall’imputato e stante la riduzione per semi infermità mentale la pena che dovrà scontare De Vito per tentato omicidio è di sette anni e quindici giorni di reclusione, a seguito dei quali dovrà trascorrere un anno in una casa di lavoro come misura accessoria data la sua pericolosità sociale.
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