

VITERBO – ''Intanto partiamo da un presupposto''.
Quale presupposto, maestro Alessio Paternesi?
''Ben venga qualsiasi cosa si organizzi a Viterbo. Questa città ne ha troppo bisogno, siamo una colonia abbandonata, e non certo da oggi. Dunque già andava bene l'esperienza di Natale, con le nature morte. Ma Tra Forma e Segno è qualcosa di più grande''.
QUI LE FOTO DELLA DOMENICA ALLA MOSTRA
Lei era all'inaugurazione, venerdì scorso. Da artista ma anche da addetto ai lavori e da professore è impossibile non chiederle un parere più approfondito.
''Premetto che non ho potuto visitare il piano rialzato a causa di alcuni piccoli problemi fisici, e dunque non ho visto le opere esposte lì. Per il resto, ho trovato sette od otto pezzi davvero interessanti, che mi sono piaciuti''.
Ci sono grandi nomi.
''Capisco. I nomi, le firme, servono per attrarre pubblico, visitatori. Devo dire che il luogo è eccezionale, perfetto: la Fondazione Carivit del presidente Mario Brutti ha fatto davvero un lavoro pregevole''.
L'ideale per ospitare eventi del genere, non pensa?
''Qui il discorso è complesso, e si riallaccia con quello che dicevo prima. Fare cultura è importante, ma deve essere fatta in modo costante. Queste mostre sono un inizio, ma poi quando finiscono cosa resta? Ecco, quello che bisognerebbe fare, e lo dico senza nessuna venatura polemica ma come un proposta costruttiva, è cercare continuità''.
Come?
''Magari cominciando a pensare ad un luogo che ospiti questi eventi. Una volta si facevano a Palazzo degli Alessandri, a San Pellegrino. Ricordo un paio di esposizioni di Matta, un Marino Marini, quella indimenticabile sugli ex voto…''
Erano altri tempi, maestro.
''Viterbo può ancora diventare un riferimento per un certo tipo di arte e cultura per il centro e il sud Italia, ne sono convinto''.
Torniamo alla mostra.
''Promossa, ripeto. Invito tutti ad andarci. E invito chi di dovere a proseguire con questi eventi''.
Tra le opere esposte ce ne sono di colleghi che lei ha conosciuto e frequentato. A partire da Sebastian Matta.
''Per me era come un fratello. Ma sono stato amico di Franco Angeli, di Chia… Ho visto un Dorazio, e mi riviene in mente quando dovevamo preparare una mostra itinerante per il ministero degli Esteri. Roba di trent'anni fa. Dorazio è così elegante, decorativo…''
E cosa avrebbe detto, il cileno Matta, vedendo una sua opera esposta ancora una volta nella sua Viterbo?
''Lo avrebbe guardato e poi avrebbe fatto, 'questo quadro non me l'hanno mai pagato...'''
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