

VITERBO – Qualcuno tace, qualcuno invece no. Uno fra i tredici indagati, invece, penserebbe già al patteggiamento.
Si è svolta ieri mattina nel penitenziario viterbese di Mammagialla la seconda tranche di interrogatori di garanzia a carico degli indagati nell’ambito del blitz Mamuthones che, scattato all’alba di lunedì, ha portato a smantellare un sodalizio criminale che per mesi ha seminato il panico nella zona della bassa Tuscia. E, in particolare, nei comuni di Bassano Romano, Castel Sant’Elia, Ronciglione, Nepi e Monterosi. Qui le vittime erano letteralmente terrorizzate dalla banda di sardi e vivevano in uno stato di forte soggezione nei confronti dei membri del gruppo che, in diversi casi, pur di ottenere i loro scopi, procedevano con atti persecutori e stalking contro chi si opponeva alle loro richieste.
Gli arrestati sono accusati a vario titolo di furto, danneggiamento, incendi dolosi di aziende agricole e di auto, rapine, traffico di droga, ricettazione e possesso di armi clandestine.
Stando a quanto si è appreso più della metà degli indagati si sarebbe avvalsa della facoltà di non rispondere, ma qualcuno, però, ha parlato. Rivelando dettagli che potrebbero rivelarsi utili agli organi inquirenti. Anche perché le indagini non sono concluse - avevano anticipato con toni sibillini i carabinieri che hanno condotto l’operazione - e la conferma è arrivata ieri con il sequestro di gruppo elettrogeno di grosse dimensioni proveniente probabilmente dall’attività posta in essere dalla banda.
Adesso ‘’sono in corso accertamenti – hanno spiegato gli investigatori - per verificare il legittimo proprietario del macchinario del valore di circa 25mila euro’’.
Sono giornate estremamente intense, quindi, sia per gli inquirenti che continuano ad acquisire presunte fonti di prova, sia per gli avvocati della difesa che stanno studiando le 190 pagine dell’ordinanza firmata dal gip Franca Marinelli. Il prossimo passo sarà adesso il Riesame.
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