ANNO 16 n° 274
L'abbraccio dei tifosi e il capolavoro di Farris

di Domenico Savino

VITERBO – La polaroid della vittoria sul Sansepolcro sta nell’abbraccio finale che ha messo insieme squadra e tifosi. Succede che la Viterbese guidata dal preparatore atletico Cristiano Giovannini dopo il triplice fischio resti in campo per un breve allenamento defatigante. C’è lo Spoleto mercoledì e servono un rapido recupero e muscoli svegli. I tifosi che fino a qualche attimo prima erano sugli spalti iniziano ad entrare in campo e corrono insieme ai ragazzi. Ecco la straordinaria unione d’intenti che va avanti da due mesi ha trovato l’apice in questo gesto. Si corre, si gioisce, si soffre tutti insieme: la Viterbese non è più affare di pochi intimi. E’ un bene di tutti e ognuno ne vuole coccolare un pezzo. Non è la classica invasione di campo per raccogliere qualche cimelio, la maglietta del proprio idolo. E’ piuttosto la voglia di ringraziarsi l’uno con l’altro, di dirsi “è fatta ancora una volta, grazie a te, grazie a voi”. Le collette, il concerto dei Giorni Anomali, sono state solo le prove generali di quello che è successo domenica sui gradoni del Rocchi. E l’abbraccio collettivo è l’istantanea perfetta del momento che vive la Viterbese.

Poi c’è la partita, i quattro gol rifilati al Sansepolcro che quando vede gialloblu ha gli incubi (tre sconfitte in altrettante partite): c’è la giusta applicazione dei dettami tattici, l’approccio feroce alla gara, la capacità di far pendere gli episodi dalla propria parte: la Viterbese sta sempre in partita, non la molla maie  anche se si concede qualche pausa (vedi momentaneo pareggio di Essoussi), riprende come nulla fosse accaduto. Ci sono  prolungati attimi di possesso, l’aggressione per recuperare palla (sintomatico il terzo gol: Ibojo ruba la sfera a centrocampo e d’esterno serve Vegnaduzzo), il rigore parato che stana definitivamente il Sansepolcro. La recita gialloblu è perfetta: le occasioni sono diretta conseguenza della superiorità espressa dal campo. Ai biturgensi l’onore delle armi e la convinzione di essersi arresi all’avversario più forte. Che in questo frangente sta bene sia dal punto di vista fisico che, soprattutto, da quello mentale. Il lato psicologico è fondamentale in queste gare secche e senza domani.

Tutte considerazioni che riportano ad una unica matrice: Massimiliano Farris. L’anima, il corpo, la mente della Viterbese. Ha plasmato un gruppo a sua immagine e somiglianza. Ha ovattato la squadra quando le cose non andavano bene, ha operato gli accorgimenti tattici quando  ha avuto gli uomini per farlo. La Viterbese è passata da tre moduli: è partita con il 4-3-3, ha virato sul 4-4-2, quindi la versione definitiva il 4-3-1-2 cioè l’idea primaria che aveva in testa il tecnico e che per mancanza di uomini e per necessità no ha potuto mettere in pratica. Quando lo ha fatto ha ottenuto i risultati che credeva. Non  possibile spiegare la rinascita della Viterbese solo con l’aver fatto fronte comune quando tutto intorno crollava. Quello è uno degli aspetti. Poi c’è il lavoro quotidiano, l’abnegazione durante gli allenamenti, la predisposizione al sacrificio e la fame di vittorie. Tutti questi valori sono stati insegnati da Farris sin dal primo giorno di allenamenti e poi sono stati ripetuti all’infinito da essere memorizzati così bene che vengono naturalmente. Quando si celebrano i successi della Viterbese bisogna anche e soprattutto pensare al grande lavoro dietro le quinte.

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