

VITERBO – Diciannovemila 680 euro: questo il contributo erogato dal Comune di Viterbo per un progetto di nidi familiari. Ma c’è chi lo contesta, perché quel servizio non avrebbe i requisiti delle Legge n. 43 emanata dalla Regione Lazio nel 1995.
Otto asili nido convenzionati con il Comune, dieci privati, uno comunale e un altro, sempre comunale, già finanziato al quartiere Santa Barbara, il quale, peraltro, rischia di rimanere l’ennesimo ‘’monumento’’ agli sprechi, visto che le casse di Palazzo dei Priori sono vuote e non c’è neanche l’ombra di un centesimo per gli arredamenti e la gestione corrente.
Nel capoluogo della Tuscia, come si vede, l’offerta non manca e forse ce n’è anche troppa, considerando che non esistono liste di attesa e che si cominciano ad iscrivere anche bambini le cui famiglie non hanno il prerequisito della residenza ma soltanto almeno un genitore che lavora a Viterbo.
In una situazione di questo tipo c’è ancora bisogno di attivare altri nidi? La risposta la dà Elisa Calabrò: ‘’No, e si prefigurano scenari che potrebbero essere addirittura dannosi per la qualità del servizio’’.
Elisa Calabrò, presidente di ‘’Nidi Insieme’’, un’associazione professionale di educatrici del settore, si è dedicata a lungo allo studio, all’elaborazione e all’applicazione di modelli pedagogici, è autrice di volumi rivolti all’infanzia, ai genitori e agli addetti ai lavori, ed è quel che si dice un ‘’nome’’ nel suo campo.
‘’Se i servizi rivolti all’infanzia li fossero sottoposti semplicemente alle dinamiche di mercato – la sua premessa – non faremmo un buon servizio alla collettività. Bisognerebbe ricordarsi che il fine ultimo della nostra azione educativa è il benessere e dei bambini’’.
Tutto si giocherebbe sui termini ‘’nidi familiari’’-‘’assistenti familiari: ‘’Sul nostro territorio sono presenti solo i nidi –riprende la Calabrò - A Bolzano, ad esempio, esistono da trent’anni le cosiddette ‘tate in casa’, un servizio di assistenza familiare, ma da noi, nel Lazio, fu la Legge 43 del 1995 che istituì il servizio familiare con un regolamento ben preciso e attivabile solo dopo una specifica formazione del personale. Il Comune di Viterbo – storicizza – ottenne la sperimentazione e formammo dodici ragazze con 600 ore di didattica. Ma le clausole per rendere operativo il servizio erano tali e tante che poi non fu possibile applicarlo. Una cosa analoga avvenne a Bagnoregio’’.
Invece adesso, di punto in bianco –pare di capire- spunta il progetto dei ‘’nidi familiari’’. I corsi, organizzati da un’associazione nazionale, sono stati presentati nella sede del Movimento per la vita, dove ci sarebbe stato l’annunciato dell’avvio, in contemporanea, a Viterbo, Pescara e Napoli.
‘’Un servizio messo in atto con una sorta di franchising – spiega la Calabrò - dove la presidente di Trento è un’ostetrica, che, con tutto il rispetto, è una figura professionale superata, superatissima, in campo educativo’’.
Intanto c’è la delibera, datata 14 dicembre 2012, che stanzia per il servizio 19mila 680 euro. Va detto, per la cronaca, che se la cifra avesse raggiunto i 20mila euro ci sarebbe stato bisogno di un bando pubblico.
‘’Il settore – conclude la presidente di Nidi Insieme – già soffre di mille problemi strutturali e congiunturali. A questo aggiungiamo che Viterbo concede forse convenzioni troppo facili, al contrario ad esempio di Roma che prima accredita i nidi, cioè li certifica, ma poi li convenziona solo quando c’è l’effettiva esigenza. Ora arriva anche questo servizio che, oltretutto, non aderisce a tutti i requisiti e ai criteri stabiliti dalla normativa.
Non ci vuole molto a capire che quello con i bambini è un ambito lavorativo molto particolare e delicato, non solo dal punto di vista educativo. Ma certe iniziative appaiono anche assai penalizzanti per gli addetti. Nei nidi convenzionati lavorano all’incirca 60 persone, spesso sottopagate. Non si sta facendo un buon servizio neanche a loro’’.