ANNO 16 n° 274
Mister Lillo, quello che risolve problemi
Puccica, bandiera gialloblu in campo e in panchina, torna al Rocchi da ex

VITERBO - E siamo a Lillo, Lillo Puccica, l’altra metà del derby. A Capranica li fanno così: carattere d’acciaio, cervello sempre acceso e piedi niente male. Il primo fu Sergio Andreoli, il terzino della Roma campione d’Italia nel ’42, uno scudetto di guerra. Poi Puccica, Mauro Romagnoli, e prima Manlio Morera, il genio che la sorte si portò via troppo presto. Razza Capranica, calciatori di razza (poi sarebbero venuti i D’Antoni, i Russo e altri ancora). Puccica ci metteva pure il cuore, la generosità, e così ha attraversato da giocatore dieci anni di Viterbese. Certo, era la Viterbese che galleggiava tra Promozione e Interregionale, a volte con pericolosi sbandamenti societari, che qui non sono mai mancati. Un periodo di allenatori mitologici, da Franzon a Loiacono passando per Montez, e giocatori già entrati nel mito come Boi, Di Prospero e Nigro l’argentino. Lillo chiuse la carriera a Civita Castellana, nel neonato Pool Industrie, prima di scavalcare la barricata per guardare le partite dall’altra parte, giusto oltre la linea laterale. Allenatore dei giovani e comn i giovani in uno dei migliori vivai d’Italia, quello della Lodigiani: nella capitale vinse pure uno scudetto alla guida della Berretti, per poi tornare a Viterbo, sempre per lavorare con i ragazzi. Qui, alla guida di un’altra Berretti mitica (quella che si arrese ai playoff soltanto di fronte all’Atalanta dei Montolivo e dei Pazzini) arrivò la svolta della carriera: primavera 2001, la Viterbese è messa malissimo. Il presidente Aprea è uccel di bosco, le macerie lasciate da Gaucci sono ancora fumanti, la squadra ha cambiato già un sacco di allenatori (da Dell’Orto-Gregucci a Virdis, passando per Silipo, e si lotta per non retrocedere. La situazione è disperata, Puccica è l’ultima carta da giocare: la calano sul tappeto verde il gruppo di amici che allora gestisce il settore giovanile. L’idea fu del compianto Carlo Maria Cardoni, un dirigente di uomini prima di tutto. FU lui – insieme agli amici Giulio Marini e Ronaldo Ferrari – ad affidare la squadra al 40enne Puccica, ad organizzare il ritiro nella quiete di Fiuggi e poi la trasferta della vita nell’inferno di Nocera Inferiore. Il resto lo fece Lillo sotto forma di miracolo, tirando fuori da quei ragazzi l’ultima stilla di orgoglio, e andandosi a prendere una salvezza epica.

Il calcio che aveva in mente il sor Lillo maturò in quegli anni: la difesa a tre, le tre punte, la corsa e l’aggressività in mezzo al campo. E quando a Viterbo si ruppe l’idillio con il nuovo presidente Capucci (la solita storia di nessuno che è profeta in patria), Lillo col patentino in mano iniziò a fare l’emigrante, dalla Fermana al Lanciano, dalla Lodigiani all’Olbia. Quelle di Puccica sono squadre che cercano sempre di giocare bene, e quando non ci riescono – per colpa dell’avversario, o della mancanza di qualità – allora suppliscono col carattere, con le palle. I suoi rapporti coi giocatori sono sinceri al limite della brutalità: prima il rispetto, poi tutto il resto. (Racconta, Puccica, di quando si ritrovò ad Empoli per un aggiornamento e apprezzò Luciano Spalletti mandare a quel paese un giovane – e già montatissimo – Marco Borriello). Gli piace il Barcellona, a Lillo, e s’incavola con l’assurda regola degli under obbligatori in serie D, che gli limitano le soluzioni tattiche e a volte gliele impongono. La difesa a tre resta il suo chiodo fisso, anche se quest’anno alla Flaminia è stato costretto spesso a rinunciarvi. Domani tornerà a Viterbo da avversario, e non è la prima volta. Ci si è abituato, butterà uno sguardo alla tribuna e poi cercherà di fare bella figura e di prendere qualche punto. La salvezza è l’unica cosa che conta: se ci riuscisse anche stavolta a Civita Castellana lo farebbero sindaco. Perché un papa nuovo già c’è, purtroppo e pure lui ha i suoi derby da giocare.

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