ANNO 16 n° 274
Max Farris, la panchina scritta nel destino
Come Puccica, ha giocato e allenato Viterbese e Flaminia: che incrocio domenica

VITERBO - Trentasette chilometri di distanza tra Viterbo e Civita Castellana, dice l’infallibile Google. Ma è solo un algoritmo, ed allora è meglio raccontare il derby che arriva con la faccia dei due allenatori di Flaminia e Viterbese. Che per inciso sono anche due simboli di questa partita. Massimiliano Farris da Milano, ma sardo d’origine e torinese (anzi torinista, che è diverso) di formazione calcistica e Lillo Puccica, uno dei pezzi grossi della razza Capranica, patria di tanti calciatori di ieri e di oggi. Entrambi hanno giocato prima nella Viterbese e poi, a fine carriera, nella Flaminia. Entrambi ne sono stati capitani. Entrambi, ultimo ma non in ultimo, sono delle brave persone, capitate quasi contro natura in un mondo come quello del pallone, bastardo per definizione. E’ la prima volta, a parte l’andata, che si gioca un derby così, un derby nel derby.

Farris ha girato l’Italia per il calcio e con il calcio. Ha visto piazze importanti, da Pisa a Pescara, da Catania a Nocera. Ha scavallato su quella fascia per miliardi di volte, con criterio ed equilibrio, salvo poi spostarsi in mezzo con l’età che avanzava. Ha sempre fatto l’allenatore, monsù Massimiliano: certi mister gli affidavano tranquilli la conduzione della squadra in campo, perché sapevano che lui non avrebbe commesso cazzate, né ne avrebbe fatte commettere agli altri. Il passaggio in panchina è stata soltanto una formalità, anche se il buon Farris ha voluto percorrere per bene la traiettoria d’avvicinamento, informandosi e aggiornandosi attraverso la visione di mille partite e gli allenamenti di qualche amico o maestro (da Sarri a Atzori fino a Ciro Ferrara). Già, perché è nella cura dei particolari che si vede l’allenatore: preciso, ma non pedante. A Civita Castellana, prima esperienza da tecnico, Max sfiorò i playoff dopo essere stato a lungo anche in testa alla classifica: alla fine la Flaminia si ritrovò fuori dalla poule, ma col naso avanti ai cugini gialloblu. Godurioso. Poi, a Pomezia, Farris avrebbe persino vinto il campionato di C2, se solo qualcuno in società non avesse rovinato tutto con degli impicci grossi, ma grossi grossi. Risultato: squadra retrocessa d’ufficio all’ultimo posto e Max costretto a ripartire da zero. Un’altra perla del mondo bastardo di cui sopra. Giusto per non farsi mancare nulla, il nostro incappò in altre situazioncine mica male alle fermate successive: prima restando senza panchina col fallimento dell’Atletico Roma (aridaje) e quindi con la sfigatissima esperienza di Pomigliano d’Arco. Ma visto che a volte anche il pallone rotola verso un lieto fine, ecco arrivare la tanto sospirata chiamata dalla Viterbese. La squadra della città che ha stregato lui e la sua famiglia (una moglie e una folta schiera di figlie). La squadra che oggi Farris sta guidando ai vertici della classifica, nonostante la rosa non sia da sballo e alla faccia di tempeste societarie (ed economiche) all’ordine del giorno.

Domani, invece parleremo di Lillo Puccica, l’altra metà di questo derby.

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