ANNO 16 n° 274
Foto precedente
Fabiano Tiziano Fagliari Zeni Buchicchio
Ascanio Vitozzi,
l'illustre architetto
di Bolsena ignorato
dalla sua cittą

BOLSENA - Quattrocento anni fa in questi giorni, preccisamente il 23 ottobre del 1615, moriva a Torino all'età di 76 anni Ascanio Vitozzi, ingegnere militare e architetto che rese celebre Bolsena, sua città natale. Tre mesi prima, cioè il 22 luglio, era morto il giovane Vitozzo Vitozzi, amanto da Ascanio come un figlio, da lui sermpre chiamato nipote, anche se figlio del cugino Francesco Vitozzi da Bolsena. Entrambi furono sepolti nella chiesa torinese della Trinità, dove è ancora conservata un'epigrafe tombale.

Una ricorrenza, il quattrocentesimo anniversario della morte di Ascanio Vitozzi, passata senza alcuna manifestazione celebrative, lasciando così nell'oblio una figura storica importante per l'intera Tuscia.

Figlio di Ercole, signore di Sermugnano, Ascanio era nato nel 1539. Le sue vicende familiari, umane e professionali sono state ricostruite grazie agli studi del dottor Fabiano Tiziano Fagliari Zeni Buchicchio. Quando Ascanio nacque, il padre Ercole era impegnato come maggiordomo dal duca Pierluigi Farnese, ed era stato uno dei priori della comunità di Bolsena. Il figlio fu avviato all'arte militare insieme a cinque cugini, con i quali partecipò anche alla battaglia di Lepanto del 1571.

Abitò sicuramente a lungo nel palazzo di Bolsena, insieme al fratello minore e ai cugini, alla morte del padre, ed ebbe sempre una particolare devozione per il nipote più giovane Vitozzo, da lui considerato come un figlio. Si spostò a Torino, viaggiò nello stato della Chiesa per tornare a trovare i parenti bolsenesi.

La notizia più antica sull’attività professionale di Ascanio Vitozzi riguarda una ''Informazione dell’Operazioni fatte da Messer’AscanioVitozzi, nella disseccazione delle Chiane, l’Anno 1533'', manoscritto del 1754 conservato a Firenze. Fu poi attivo sul territorio di Città della Pieve e Monteleone d'Orvieto, dove era noto con la qualifica di ''architetto'', proponendosi inoltre di riparare Roma dalle inondazioni del Tevere, e progettò il trasporto di legname su barche nel lago di Bracciano, tra i porti di Trevignano e Anguillara.

In una successiva lettera del 1582, pianificava invece i lavori idraulici da eseguire nel tratto iniziale del fiume emissario Arrone a partire dal lago di Bracciano e, nell'ultima missiva inviata da Roma al duca di Bracciano, espose la triste situazione in cui viveva negli ultimi anni della sua vita, costretto a vendere il cavallo per vivere, situazione che lo spinse a trasferirsi a Torino dove morì nel 1615, dopo aver lavorato a lungo come apprezzato architetto.

Facebook Twitter Rss