ANNO 9 n° 290
Viterbese, un popolo in cammino
La vittoria nel derby, il pubblico che cresce, la firma dei Camilli
La stagione della capolista può diventare qualcosa di indimenticabile
22/02/2016 - 02:01

di Andrea Arena

CIVITA CASTELLANA – Restani/Ciccozzi/Campani. Che t'hanno fatto 'ste fettuccine? Sentile: so' clamorose. E quella volta che Boccolini respinse il pallone oltre la linea? C'era Fabio Russo, il fotografo, che aveva fatto lo scatto del secolo, la prova che era gol: entrò in campo come un pazzo per far vedere tutto all'arbitro. L'arbitro lo cacciò: il primo fotografo espulso nella storia del calcio, in un Flaminia – Viterbese, ragazzi. Sì, ma mi passi un porcino e pure un paio di patate, già che ci sei? E allora senti questa: stavamo a Fabrica, proprio qui dietro, per un torneo: c'erano Bruno Giordano e Lionello Manfredonia, li ricoprirono di salsicce e pecorini… Riempimi il bicchiere, ché questo vino è uno spettacolo, mi prepara per la partita. Cin.

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Fabrica di Roma, pranzo all'ora dell'ospedale ma con un menù da cinghialoni. C'è la partita e tocca sbrigarsi, bisogna lavorare, sempre meglio che lavorare. E allora via, verso Civita Castellana, con la Panda che sfreccia tra fabbriche ancora aperte e capannoni vuoti, i binari del trenino della Roma nord sulla sinistra, così piccoli e carini che te li puoi montare in taverna e giocarci la sera.

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C'è il derby, ragazzi, e siamo in trasferta, suvvia, facciamo i seri: la Viterbese è capolista, la Flaminia merita rispetto nonché affetto – perché quello rossoblu da anni è un piccolo grande orgoglio del pallone made in Tuscia, zero marchette e tanta saggezza di provincia -, e se si arriva tardi c'è il rischio che neanche ci fanno entrare. Il rischio, semmai, è già perdersi in città, sbagliando una svolta, battezzando nel modo sbagliato l'infrocio, girando troppo sulla rotonda giottiana. Poi ci si raccappezza, senza chiedere informazioni al passante (sarebbe stato umiliante, oltre a non esserci alcun passante in giro) né tantomeno accendere il navigatore (quello Fiat ha la voce del trans amico di Lapo, tra l'altro). Eccolo, il Madami, e no, per parcheggiare sotto il circolo del Pd non si sono tenute le primarie.

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I viterbesi sono ovunque. Stanchi per il lungo viaggio, avvinazzati, abbirrazzati, reduci da seratone in discoteca, in piena tempesta ormonale non si sa se per la giornata clamorosamente primaverile o perché si pur è sempre primi in classifica, signora mia. Per entrare è tutta una tarantella: biglietto unico 10 euro, fila bestiale al botteghino (ma l'organizzazione della Flaminia è impeccabile), e soliti trucchi. Visti ai cancelli alcuni trentenni con barba e baffi provare a convincere gli steward: ''Ho meno di quattordici anni, entro gratis, dotto'''. A volte funziona, più spesso arrivano i carabinieri che sono carabinieri buoni, di provincia, un sorriso, una pacca e ''vai a fare il biglietto, giovanotto''.

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Siamo dentro. Lo stadio è giallo e blu. Le bandiere sbandierano. Le Ceres schiumano. I cori accorano. C'è subito Lillo Puccica, che fino all'anno scorso qui amavano più di Cossutta, e baci, e abbracci. Si guadagna il posto, alzando il gomito per una volta non solo metaforicamente. Visto che la tribuna stampa è tutta occupata dai decani del luogo (grandi, se lo meritano), si va in poltroncina. Vicino di posto: un sessantenne con moglie, distintissimo, cuffie della radio nel padiglione auricolare, telefonate urlate (''Che fa il Rietiiiiiiiii?''), sciarpetta di raso gialloblu al collo. Dice: ma dove stava tutta questa gente negli ultimi mille mila anni? A casa? Alla messa della domenica? A caccia sulla Salaria? Boh. Di certo: mai visti al Rocchi. Ci sono i ragazzi della curva. I vecchiacci di Antichi Valori. I vip: c'è Francesco Serra col cugino Massimo Onofri (e viceversa). C'è il gotha del calcio viterbese, da Lucarini Renzo ad Antolovic Daniele passando D'Antoni David, Menichini Mattia e altri ancora.

Poi ci sono i Camilli, la sagrada familia. Il vocione di Piero si sente anche da Sassacci: ''Non era fallo, birbaccioneeeeee''. ''Alzati che non te sei fatto gnente''. Vincenzo in giacca, tesissimo come al solito. Luciano sciolto. E la solita corte dei miracoli al seguito. 

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La partita scivola via in una bruttezza disarmante. Gioco zero, arbitro arrogantello (Russo di Brindisi, detto ''Brunetta''), campo di gioco appena arato dai fuoristrada dell'Isis. Però c'è il sole, però c'è il mare (ad un centinaio di chilometri da qui, ma fa' lo stesso), però c'è pure qualche bella figliola in tribuna, al netto delle mogli dei calciatori che, si sa, sono più intoccabili della ministra Boschi.

Le opposte tifoserie si scambiano effusioni al limite dell'incesto interprovinciale: ''Sapete solo fa li cessi'', dice qualcuno del Pilastro. ''Voi siete pecore di Camilli'', replica uno di Faleri. Intanto la Flaminia gioca, umile e pericolosa, con quel Gay – pronuncia: Gai, onde evitare polemiche – di struggente bellezza, come un tramonto sul Rio de La Plata.

Poi segna Bernardo. E' un lampo. Un apostrofo gialloblu tra le parole ''Stamo a smaltì''. Corre come un pazzo, il campano, e viene sotto la tribuna, e dalla rete abbraccia Frank Cusi e Giacomo Russo, poi viene abbracciato dai suoi, e da altri, e la scimmia non c'è più, e adesso è tutto morbido, e si canta e si suona e si fanno i conti di classifica.

Finisce così, saltellando in sala stampa, applaudendo la Flaminia, salutando gli amici e i conoscenti, buttando lì un pensiero al Grosseto che domenica sarà in visita al Rocchi e pensando che tutto sommato questa sta diventando una cosa grande. E dieci cento mille Grosseto.

Si riaccende la Panda, si saluta il Pd (tie'), e si rimette la prua verso Viterbo, un lungo corteo che torna a casa, suonando il clacson, sognando trionfi, contando i giorni di qui alla felicità. O, alla peggio, alla prossima fettuccina.





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