

di Alessia Serangeli
VITERBO – Sono trascorsi quattro anni e nove mesi da quel tragico pomeriggio di fine ottobre. Era il 28, per l’esattezza e, all’indomani, la stampa venne convocata per una conferenza dai carabinieri della Compagnia di Ronciglione, all’epoca guidati dal capitano Marco Livio Nasponi. Poche ore prima avevano tradotto in carcere Giulio Pellegrini (oggi 41 anni) e la compagna Beatrice Di Leva (30) per detenzione e coltivazione di sostanze stupefacenti.
Ma l’oggetto dell’incontro con i giornalisti era un altro: i due erano stati iscritti sul registro degli indagati per omicidio colposo. “Il bambino della coppia, quattordici mesi appena, è deceduto dopo aver ingerito una dose di metadone di cui facevano uso i due arrestati che, come abbiamo già avuto modo di verificare, erano in cura al Sert perché tossicodipendenti. Il decesso è avvenuto all’ospedale Sant’Anna, dove i genitori lo avevano portato dopo averlo trovato privo di sensi”. Così spiegò l’ufficiale dell’Arma. “Durante la perquisizione domiciliare – aggiunse - abbiamo rinvenuto (oltre ad una stanza adibita a serra per la coltivazione di cannabis dotata persino di lampade alogene, ndr) dodici flaconi della stessa sostanza lasciati incustoditi, alla portata del bambino”.
Il 30 ottobre l’esecuzione dell’esame autoptico sul corpicino del piccolo Rocco Raphael Pellegrini e, poche settimane più tardi, la conferma che il decesso era stato causato dall’assunzione di metadone.
“Il bambino è stato stroncato da un imponente edema cerebrale e polmonare causato dall’ingestione di mezza fialetta di metadone”. Così i professori Vittorio Fineschi e Fabio Centini durante il processo. Era l’udienza del 12 dicembre 2012. A quella successiva (20 marzo), il pubblico ministero Stefano D’Arma chiede la condanna di Pellegrini e della Di Leva ad un anno e mezzo di reclusione per omicidio colposo ed ulteriori sedici mesi per coltivazione illegale di sostanze stupefacenti. Il sostituto è convinto che il piccolo Rocco avrebbe potuto salvarsi se i genitori non avessero indugiato circa un’ora prima di portarlo al pronto soccorso del nosocomio di Ronciglione.
Durante l’ultima seduta (8 maggio), l’arringa difensiva dell’avvocato romano Antonio Stellato che svela un dettaglio inedito. “Le boccette di metadone non erano alla portata del bambino. Secondo i risultati dell’autopsia Rocco era alto 72 centimetri alla testa e 83 alle braccia. Le fiale, invece, erano contenute in un cassetto che misurava un metro e 35 centimetri da terra. Mi pare evidente, quindi, che i flaconcini erano quindi custodite dai miei assistiti in un luogo sicuro”.
Oggi, finalmente, si conoscerà la verità. L’udienza è prevista alle 12,30. “Il giudice emetterà la sentenza”, ha confermato Stellato. “Non so se la pubblica accusa avrà repliche da esporre, in quel caso non mancherò di fare le mie considerazioni”. Poi il verdetto.