

MARTA - Era stata progettata come diga frangiflutti di 270 metri, necessaria per la protezione della daserna, sarebbe stata adibita invece a struttura di attracco per i diportisti. Questa la tesi sostenuta dalla procura di Viterbo che ha aperto un’inchiesta sul nuovo porto di Marta che ha portato al sequestro della struttura e all’iscrizione di sei persone nel registro degli indagati.
A finire nei guai il sindaco Maurizio Lacchini, la vicesindaca Lucia Catanesi, gli ex assessori Andrea Garofoli, Roberto Pesci e Cinzia Pistoni, il segretario comunale Mariosante Tramontana, l’ex responsabile dell’ufficio tecnico del comune di Marta Angelo Centini e l’attuale, Giacomo Scatarcia.
Sono contestati loro reati ambientali, abuso d’ufficio e falso ideologico.
Il sequestro del porto è scattato dopo che il tribunale del riesame ha accolto il ricorso della procura. Il procuratore capo Paolo Auriemma e il sostituto Massimiliano Siddi, titolari dell’inchiesta, avevano impugnato infatti la decisione del gip del tribunale di Viterbo, Francesco Rigato, che avere respinto l’istanza di sequestro. Secondo il gip, infatti, “pur potendosi ritenere sussistenti elementi denotanti la consumazione del reato ambientale, la mera consumazione del reato non determina comunque l’insorgenza di un pericolo tale da rendere necessario il sequestro preventivo”.
Il giudizio è stato ribaltato invece dal tribunale del riesame che, dopo l’udienza dello scorso 21 novembre, si era riservato la decisione. Ieri l’esecuzione del provvedimento da parte della guardia di finanza.
Il sequestro arriva al termine un’inchiesta condotta dai finanzieri di Viterbo e dalla stazione navale di Civitavecchia, risalente a circa due anni fa.
Secondo la Procura, il molo, finanziato dalla Regione con i fondi europei, inaugurato nel 2016, non doveva essere un porto, ma avrebbe dovuto essere semplicemente un'opera idraulica per limitare i danni del materiale trasportato dal fiume.
Dagli accertamenti eseguiti dalla guarda di finanza, il Comune aveva invece adibito la struttura ad attracco per diportisti mediante installazione di pontili galleggianti, anelli di ancoraggio e corpi morti sui fondali che – a detta degli investigatori – difettano anche degli opportuni collaudi, “in palese distonia – dicono dalla Finanza – con le finalità primarie dell’opera idraulica e in violazione del vincolo paesaggistico, con potenziali rischi connessi anche alla sicurezza dei natanti e all’inquinamento dell’area”.
Secondo gli investigatori inoltre, la realizzazione della nuova opera, completata nel 2016, e la relativa trasformazione dell’assetto dell’area portuale, “ha costituito anche il presupposto per l’illecita percezione, da parte dell’amministrazione comunale di Marta, dei proventi economici corrisposti dai turisti con l’attracco delle imbarcazioni, utilizzando attrezzature non collaudate”.