

di Andrea Arena
VITERBO – Dunque: la notizia sarebbe che la nuova segnaletica turistica installata nelle piazze e nel luoghi storici della città (una delle cose previste dal progetto Plus) contiene degli strafalcioni nella traduzione dall'italiano all'inglese. Che già di per sé sarebbe un incredibile passo avanti rispetto al passato, visto che fino a vent'anni fa da queste parti si commettevano errori persino nel tradurre dal piascaranese al bagnaiolo, e non è escluso che non si facciano ancora.
Il Corriere della Sera on line – lo stesso che sette mesi fa bollò come kitsch la Macchina di Santa Rosa ad Expo – ci ha fatto un pezzo, riprendendo un sito locale e dispiegando la solita lenzioncina (d'inglese, stavolta) ai baluba di provincia. Bene, sì bbadrone.
La figuraccia commessa da Viterbo, coinvolta nel meraviglioso tritacarne mediatico, è scontata. D'altronde, la notizia è buffa, curiosa, ti strappa un sorriso a metà mattinata davanti al computer, tra una tetta di Belèn e una mail istituzionale da inviare al dirigente del settore. Ma si perderà presto, come lacrime nella pioggia. Così come quei cartelli sgrammaticati (posto il fatto che ognuno può sentirsi libero di tradurre ''Palazzo Gatti'' come cacchio gli pare) verranno sostituiti rapidamente: di chiunque sia la colpa, qualcuno sarà chiamato a risponderne, anche perché i bandi e gli appalti pubblici hanno delle clausole legali che non perdonano. Ciò che resterà, invece e purtroppo, sarà quel coro di avvoltoi, quel concerto di prefiche, che ha danzato intorno alla (presunta) disgrazia, spettegolando, ridendo o addirittura spacciando ai quattro venti la figura di merda di tutta una città. La loro città. In una perfetta antitesi del concetto, seppure banale, di ''marketing territoriale''. Continuate così, facciamoci del male.