

VITERBO – Si chiamavano Jader Spizzichino, Martino Wolff, Matilde Levj, Arnoldo Majer, Angelo Di Porto, Letizia Articoli, Angelo Moscati, Letizia, Anna e Reale Di Veroli, Marta Coen…. I più abitavano a Viterbo, in via Saffi e dintorni. Erano quasi tutti commercianti e artigiani e avevano i loro negozi e le loro botteghe sotto casa, in via Saffi e dintorni. Qualcuno viveva a Latera, Montefiascone, Bolsena, San Lorenzo Nuovo e Soriano nel Cimino. Costituivano la piccola comunità ebrea della Tuscia, peraltro antica di secoli. Anche i loro beni furono confiscati. Nessuno di loro, o quasi, fece ritorno in via Saffi e dintorni. O nei paesi di residenza. Tutti vittime della Shoah. Da allora, nella Tuscia non c’è più una comunità ebraica.
Stando ai documenti finora scoperti e divulgati dal direttore della biblioteca degli Ardenti Giovanni Battista Sguario, furono 33 gli ebrei viterbesi deportati nei campi di concentramento, soprattutto ad Auschwitz. A dare il via alla loro persecuzione fu il famigerato telegramma del 1 dicembre 1943, con il quale il ministero degli Interni ordinava che “tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengono e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento, tutti i loro beni mobili ed immobili debbono essere sottoposti ad immediato sequestro in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana”.
Il giorno dopo, a Viterbo fu stilata la “lista infame” che comprendeva 33 nomi. I primi arresti furono eseguiti l’indomani. Il 3 dicembre, a San Lorenzo Nuovo, furono prelevati Martino Wolff e la moglie nonché Jader Spizzichino e la moglie. A Montefiascone, i tedeschi arrestarono Gioacchino Coblitz. La moglie e la figlia, invece furono risparmiate perché “risultano italiane e ariane”. Poi ci fu la retata a Viterbo. Gli ebrei rastrellati furono rinchiusi nel carcere di Santa Maria In Grandi, in attesa di essere inviati in un campo di concentramento. Il 15 gennaio 1944 furono trasferiti a Carpi. Da allora, di loro non siè saputo più nulla o quasi. E’ invece noto che i Di Porto, Letizia Anticoli e Angelo Di Porto furono deportati in Polonia. Almeno due di loro finirono nelle camere a gas.
Diversa invece la sorte di Samuele Spizzichino e della sua famiglia, la moglie, due figli e la suocera, residenti a Latera. Furono nascosti e protetti, anche da qualche fascista, del posto, fino alla fine della guerra. E Samuele, dopo la Liberazione fu nominato primo sindaco del paese dal Cnl.
Sulla storia d Spizzichino è stato pubblicato in un libro, “I giusti di Latera”, di Romualdo Luzi e Moreno Milletti, presentato in occasione della Giornata della Memoria del 2009.
Spizzichino, negoziante, e la sua famiglia furono salvati dal campo di sterminio grazie alla solidarietà di molti abitanti del paese, tra i quali il podestà Antonio Adamini. Fatti arrivare a Roma, furono ospitati da altre famiglie di Latera che vivevano nella Capitale. I due figli, invece, furono nascosti nell'istituto “Angelo Mai” da un sacerdote di Latera, don Nicasio Freddiani.
Altri 7 membri della famiglia Spizzichino (i genitori, due sorelle, un cognato e due nipoti) che vivevano a Firenze furono invece deportati ad Auschwitz, dove furono trucidati.
Il 14 giugno 1944, dopo la liberazione, Spizzichino fu nominato sindaco provvisorio di Latera. Restò in carica fino all'estate 1945. E' stato l'unico ebreo ad aver ricoperto un incarico pubblico nel Viterbese.