

VITERBO - Era il 27 gennaio 1945 quando le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'offensiva in direzione di Berlino, arrivarono a Auschwitz, scoprendo il campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti.
Per non dimenticare una delle ferite più profonde della storia dell'umanità si celebra oggi ''La Giornata della memoria'', istituita dal Parlamento italiano nel luglio 2000, per aderire alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.
Dietro la scritta ''Arbeit macht frei'' (il lavoro rende liberi), che campeggiava sul cancello d'ingresso, i soldati russi trovarano una vera e propria città della morte, composta da diversi campi - come Birkenau e Monowitz - ed estesa per chilometri, ''caratterizzata'' da camere a gas e forni crematori, ma anche da baracche dove i prigionieri lavoravano e soffrivano prima di venire avviati alla morte.
Gli ebrei arrivavano in treni merci e, fatti scendere sulla cosiddetta ''Judenrampe'' (la rampa dei giudei) subivano una immediata selezione, che li portava quasi tutti direttamente alle ''docce'' (così i nazisti chiamavano le camere a gas). Solo ad Auschwitz sono stati uccisi quasi un milione e mezzo di ebrei.
La cittadina polacca divenne così il simbolo della Shoah, parola ebraica che significa ''catastrofe'', che portò alla morte di sei milioni di persone.