

di Andrea Arena
VITERBO – Anche chiudendo gli occhi, anche prendendosi qualcosa di forte, resta davvero difficile immaginare quando questa astronave era piena di vita. Quando brulicava di mille attività. Quando serviva, soprattutto, a curare migliaia di persone provenienti da tutta Italia, pazienti mutuati che scendevano a Viterbo per ''passare le acque’’, o qualcosa del genere.
Qui le foto del viaggio dentro e fuori le ex terme Inps
È difficile crederlo, mentre si varca il cancello secondario delle ex terme Inps in strada Bagni, gigante di pietra chiuso ormai da quasi 25 anni (tra il 1992 e il 1993 gli ultimi respiri), che una volta dava lavoro a oltre duecento persone, un altro piccolo motore di quell’economia termale che oggi sopravvive sotto forma privata e che si vorrebbe rilanciare, non si sa come, non si sa con quali euri, soprattutto, viste le condizioni in cui versa.
Entrare nel parco vuol dire entrare nella foresta, benvenuti nella giungla. Erba altissima, vegetazione lussureggiante (ma non lussuriosa, purtroppo), la sensazione che dal verde possa sbucare una vipera da un momento all’altro. La pattuglia di esploratori, più o meno giovani, è nutrita e impavida: l’assessore Sonia Perà, i consiglieri comunali Scorsi e Mongiardo (quest’ultima subito presa di mira dagli insetti: buon sangue non mente), il geometra comunale Fiorini, la laureanda Valeria con fotografa, ma soprattutto Franco Marinelli, che qui lavorò ai tempi di massimo splendore. Seguirlo, lungo questi sentieri, tra queste liane, è un viaggio nostalgico a ritroso nel tempo: ''Questa era la centrale elettrica – spiega Franco, tra l’altro attivista di Solidarietà cittadina in mille battaglie – Qui scaricavano il gasolio’’. Impianti enormi, mostri che dormono da vent’anni e chissà se torneranno mai a ruggire.
Via, costeggiando l’edificio principale, ancora tra l’erba alta: finestre rotte, facciate stinte e giù fino alla fine, dove ci sono i pozzetti dell’acqua termale, la vera ricchezza di questo posto, quella sì teoricamente ancora utilizzabile, e forse ancora utilizzata aum aum da qualche furbetto. E le vasche per i fanghi, dove si lavorava quella creta dai poteri magici, che faceva guarire le persone o almeno le faceva stare meglio. Sull’altro lato, sempre in mezzo alla verzura, ecco una fontana di peperino: una volta doveva essere la perla del parco, dove gli ospiti s’appoggiavano per riposarsi dopo una passeggiata ristoratrice nel pomeriggio.
Attraverso una scala d’emergenza si sale al primo piano. C’è un ascensore arrugginito, con tanto di interfono. E l’immenso stenditoio: un terrazzo coperto con ancora i fili per i panni. Qui s’asciugava la biancheria, gli asciugamani e tutto il resto che veniva utilizzato nella pancia del gigante. ''Sotto, invece, c’era il nostro spogliatoio – dice Marinelli – Dove ci cambiavamo prima e dopo ogni turno’’.
I più atletici riescono ad entrare da una finestra rotta, e hanno il buon cuore d’aprire una porta anche per i più imbolsiti. Il piano terra è abbandonato. Si cammina per corridoi alla Shining (ma senza moquette), con l’impressione che possano sbucare le due gemelline da un momento all’altro. C’è il bar, un bel bancone anni sessanta: messo lì, entrando sulla sinistra, sicuramente faceva un figurone. E la sala da pranzo, e la sala da prima colazione. Le camerette per i pazienti, coi letti e gli armadi di legno come quelli a casa della nonna. Una cabina telefonica ad ovetto giace di fronte al portone principale: chissà quante telefonate a casa sono state fatte da lì, mucchietto di gettoni e ''qui tutto bene. Voi?’’. La scalinata di marmo che conduce al primo piano è maestosa, anche se è evidente che qualcuno si sia portato via, segandola, la ringhiera. Si sale, e su si scoprirà che qualcuno qui ci vive. Invisibili, dimenticati, unici ospiti delle ex terme Inps. Per un soggiorno che non sarà curativo, ma che almeno vale un tetto sopra la testa.
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