

di Andrea Arena
VITERBO – Doveva essere una tranquilla passeggiata d’archeologia industriale. A vedere cosa erano le ex terme Inps, come sono ridotte oggi, magari alla ricerca di qualche spunto per rilanciarle. Il tutto, accompagnando Valeria, laureanda che sta preparando una tesi sull’argomento e che ha chiesto al Comune di aprire, per una volta, le porte dell’immensa struttura in strada Bagni.
Qui le foto del viaggio dentro e fuori le ex terme Inps
Doveva essere tutto questo, e invece ecco la sorpresa che non ti aspetti. Dentro le ex terme Inps, dentro questa balena rosa che una volta dava lavoro ad oltre duecento persone, e riusciva a soddisfare le esigenze curative di centinaia di ospiti provenienti da tutta Italia, oggi vive qualcuno. Al primo piano dell’edificio principale, precisamente. Basta salire la bella scalinata in marmo che parte dalla hall dell’ingresso, varcare la porta a vetri, per accorgersene. Il corridoio è pulito, troppo pulito rispetto a quelli visti al piano di sotto (pieni di guano, di calcinacci, di vecchi suppellettili). Si va avanti per curiosità fino alla fine, e si scorgono segnali di vita: un paio di scarpe da ginnastica seminuove, una cuccia per cani a terra (con tanto di busta di crocchette), un pallone da football e una pallina, giochi per bambini. Girando lo sguardo verso destra, la prova definitiva: questo locale è senza ombra di dubbio adibito a cucina. C’è un tavolo con tovaglia, pentole e attrezzi per cucinare, condimenti, forse addirittura del cibo dentro la busta.
Giusto il tempo di realizzare che c’è qualcuno che vive qui, in questa proprietà pubblica, in un posto comunque isolato e inaccessibile, al limite delle condizioni dell’umana decenza. Senza riscaldamento d'inverno, al buio, in barba alle più elementari norme igienico sanitarie, tra piccioni morti e topi invece vivi, immondizione e polveri.
Poi sale il brivido: e se fosse il rifugio non di qualche poveraccio, ma di qualche personaggio pericoloso? Magari un delinquente, magari un latitante, di quelli che vivono ai margini della società non per scelta, ma per esigenza. Ancora: e se l’inquilino (o gli inquini) abusivi stessero ancora qui? Magari nascosti dietro una di queste porte, allarmati dalle voci e dai rumori degli ospiti inattesi? Il funzionario comunale chiama immediatamente le forze dell’ordine, mentre si abbandona il palazzone col cuore in gola.
Del resto, segnali di vita più o meno intelligente s’erano scorti prima, qua e là, al piano terra. Sacchetti d’immondizia relativamente in buone condizioni gettati nel lussureggiante parco esterno. Confezioni di uova. Una bottiglia di birra Ichnusa appoggiata al bancone del bar: nel 1992 per bere un’Ichnusa bisognava andare per forza in Sardegna, la globalizzazione non l’aveva ancora esportata oltre l’isola. Ancora: confezioni di tabacco, vuote, buttate nella gigantesca sala da pranzo. E una bottiglia di mediocre vino toscano, naturalmente vuota, abbandonata ai piedi della scalinata di cui sopra: basta controllare la data – 2013 – per rendersi conto che non è una vendemmia millesimata.
Dal Comune, assessore Perà in testa, è arrivata subito l’intenzione di verificare chi ha occupato abusivamente parte di questa struttura. E di avviare tutte le procedure del caso. Interviene anche il vigilantes, che si preoccupa subito di individuare gli ''intrusi'' (cioè l'assessore, il consigliere Scorsi, l'ex dipendente delle terme Marinelli, il funzionario del Comune, le ragazze della tesi, e un paio di cronisti) e di domandare chi avesse dato loro le chiavi... Chi invece ha dato le ''chiavi'' agli occupanti resta un mistero.
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