ANNO 16 n° 274
Asl: Gip nega 4 arresti, la procura ricorrerą in Cassazione
Fatti notificare a ventiquattro indagati gli avvisi di conclusione delle indagini
14/02/2012 - 01:47

VITERBO - Quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere sarebbero state chieste dai pubblici ministeri Fabrizio Tucci e Stefano D'Arma (subentrato a Laura Centofanti, nel frattempo trasferita a Rieti) nell'ambito della maxi inchiesta sulla Asl Viterbo. Ordinanze che il Gip Salvatori fanti non avrebbe concesso non ravvisando alcuna delle condizioni previste dalla legge: pericolo di fuga, rischio di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove. Invece, secondo la procura della Repubblica, che starebbe valutando, o avrebbe già deciso, di ricorrere in Cassazione contro il diniego del Gip, il rischio di inquinamento delle prove sarebbe reale e tale da richiedere la carcerazione cautelare di 4 dei 24 indagati.

I pubblici ministeri, secondo quanto si è appreso, avrebbero chiesto, e non ottenuto, l'arresto di un paio di altissimi dirigenti della Asl in carica fino a 3 anni fa, un noto professionista viterbese e un altrettanto noto imprenditore privato del settore sanitario. Se l'eventuale ricorso della procura della Repubblica venisse accolto dai giudici della Suprema Corte, per loro si aprirebbero le porte del carcere.

Questa, se confermata, la clamorosa novità emersa a margine della notifica ai 24 indagati, 19 persone fisiche e 5 società, della conclusione delle indagini, durate tre anni.

L’inchiesta è incentrata sulla concessione della gestione del bar all’interno della cosiddetta cittadella della salute, l’istituzione del centro diabetologico pubblico, l’accreditamento della casa di cura di Nepi, di proprietà della Ro.Ri di Roberto e Fabio Angelucci.

Tra gli indagati, nei cui confronti sono stati ipotizzati i reati di corruzione, concussione, truffa aggravata, abuso d’ufficio, falso ideologico ci sono l’ex direttore generale della Asl Giuseppe Aloisio e il suo “consulente strategico” Mauro Paoloni. Ed è proprio su di loro che gravano le accuse più pesanti.

In particolare, ad avviso dei Pm, avrebbero garantito corposi finanziamenti, con metodi quanto meno irregolari, all’Associazione Aureart, promossa da Francesco e Giampaolo Marzetti (anche loro indagati, ndr), ottenendo in cambio 24mila euro a favore della moglie di Paoloni, sotto forma di compensi per la sua attività didattica. Altri 32mila euro sarebbero stati incassati dallo stesso Paoloni, per svolgere una relazione in un corso della Abbott, altra società appaltatrice della Asl.

Negli accordi con le società appaltatrici, che la procura bolla come “criminosi”, sarebbe coinvolto anche Aloisio. L’ex manager  però non chideva soldi ma “l’assunzione di personale gradito e nominalmente indicato dal medesimo Aloisio”. Insomma, appalti in cambio di assunzioni anziché di tangenti, “con conseguente ritorno di consenso politico per se stesso e la moglie”, eletta consigliere comunale Pd a Viterbo. Le aziende che non si piegavano alle richieste di Aloisio & soci, osservano i Pm “non avevano alcuna possibilità di aggiudicarsi l’appalto”.

Gli altri indagati sono il direttore dell’unità e-procurament Andrea Bianchini, l’ex dirigente dell’unità acquisto e vendite prestazioni sanitarie della Asl Renato Leoncini, i promotori dell’associazione Aureas Giampaolo e Francesco Marzetti, il responsabile dell’unità di Civita Castellana della società interinale Ali Gianluca Parroccini, l’amministratore della società Probar Alfonso Lisi. E ancora: l’amministratore di fatto della società Lavin Ferdinando Morabito, l’amministratore delegato della Servizi Italia Spa Luciano Facchini, il direttore generale della Abbott Rita Cortas, il delegato alla gestione degli appalti con le pubblica amministrazione della Lavin Gemma Stasi, il delegato di zona della Abbott Paolo Botti, il responsabile del reparto riabilitazione della casa di cura di Nepi Francesco Pesce Delfino e i proprietari della stessa struttura Roberto e Fabio Angelucci.

Tra gli indagati, solo per il reato di abuso d’ufficio, in relazione all’istituzione del centro diabetologico pubblico di Viterbo, in precedenza gestito da una società privata, ci sono anche il direttore generale della Asl Adolfo Pipino e il responsabile del servizio acquisto e vendita prestazioni sanitarie Massimo Foglia.

Le cinque 5 società sott’inchiesta sono: Abbott Srl, Servizi Italia Spa, Gruppo Ro.RI Srl (di proprietà degli Angelucci), Ali Spa e Centro Diaz Srl (di proprietà di Marcoccia).

Gli indagati hanno ora venti giorni di tempo per presentare memorie difensive o chiedere di essere interrogati dai pubblici ministeri. Poi la procura decidere se chiede il loro rinvio a giudizio.

Di seguito il testo integrale della nota diffusa dal difensore di due dei principali imputati, l'ex manager Asl Giuseppe Aloisio e il ''consulente strategio'' Mauro Paoloni.

Finalmente è nata. Dopo una gestazione di quattro anni, nel corso dei quali l’’ambiente della Asl di Viterbo è stato letteralmente avvelenato dai più inconfessabili sospetti che hanno indotto l’’ex direttore generale dell’azienda Giuseppe Aloisio a rassegnare le dimissioni sotto il peso delle dell’accusa che le mazzette avrebbero riguardato anche lui, è stata partorita l’imputazione e abbiamo potuto comprendere le accuse mosse a lui e a Mauro Paoloni.

Avevamo fatto tanti sforzi, in questo periodo, per cercare di capire quali potessero essere le imputazioni e ci siamo profusi in approfondimenti per immaginare, dietro il riserbo geloso e impenetrabile che i magistrati ci hanno sempre opposto, quali potessero essere i fatti dai quali ci saremmo dovuti difendere.

Aloisio ha offerto, nel corso degli anni, la sua collaborazione presentandosi ai pubblici ministeri per rendere spontanee dichiarazioni. Pur senza conoscere su cosa gli inquirenti stessero indagando, si è sottoposto agli esami di coscienza più severi per immaginare quali nefandezze avessero offuscato la limpidezza del suo agire per meritare tale trattamento.

Orbene, come ogni montagna partorisce il suo topolino, così anche l’inchiesta sulla Asl di Viterbo ha creato il suo criceto e ha contestato ad Aloisio e a Paoloni quello che mai nessuna immaginazione ci avrebbe consentito di ipotizzare: corruzioni senza mazzette e concussioni senza che il concussore abbia percepito un solo centesimo.

Si scopre così che, mentre nel corso degli anni, i sospetti laceravano la fantasia di molti, Aloisio avrebbe agito nella Asl per finalità gravissime: accrescere, così si afferma nei capi di incolpazione, il suo prestigio personale.

Si scopre, ancora, che sono state trasformate in turbative d’asta gare e affidamenti di incarichi rispetto ai quali sentenze dei giudici amministrativi e provvedimenti della corte dei conti si sono già espressi per la loro assoluta regolarità.

Si scopre, ancora, che sono state considerate illegittime procedure che professionisti autorevoli –da noi incaricati di verificare, senza sconti e pregiudizi, la regolarità delle procedure seguite nelle gare e negli affidamenti considerati nei capi di incolpazione,– hanno ritenuto ineccepibili.

 

Si scopre, infine, che sono state considerate utilità corruttive le legittime prestazioni rese, nello svolgimento di regolari contratti di diritto privato, da Paoloni, legato da rapporto di diritto privato con la Asl.

Attendiamo con serenità di poterci confrontare con i pubblici ministeri ai quali, appena possibile, chiederemo di essere interrogati.

Al cospetto di tanti sforzi investigativi, l’unico rammarico è che se le tante energie profuse fossero state impiegate sull’inchiesta dell’ospedale di Belcolle, da Aloisio attivata subito dopo il suo insediamento, forse, oltre che le casse dello Stato, anche i cittadini di Viterbo, oggi, starebbero meglio.

Ma non disperiamo che nuovi elementi che, al riguardo, ci apprestiamo a depositare nei prossimi giorni, consentano di far luce su quello che, per un qualunque cittadino, non può non rappresentare una vergogna.

 

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