ANNO 16 n° 271
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Violenza di genere, sempre pił donne si rivolgono al 1522
Nel 2024 sono state 178 con 228 denunce. Marta Nori (Kyanos): 'Mancano le case si semiautonomia'

 

VITERBO - Nella Tuscia nei primi nove mesi dell'anno sono state 178 le donne che hanno chiesto aiuto al 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking. A renderlo noto è l'ultimo report Istat che fotografa a livello nazionale i numeri della violenza di genere. Sempre nella provincia di Viterbo, nel 2023, le chiamate al numero di emergenza sono state 278 (con una forte impennata nell'ultimo trimestre), e 240 i reati connessi ad atti violenti, che i reparti diffusi su tutto il territorio provinciale hanno perseguito.

L’impegno nella repressione di questi reati da parte delle forze dell'ordine si è concretizzato, nel 2024, nel deferimento all’autorità giudiziaria di 228 persone delle quali 191 in stato libertà e 21 arrestate. Grazie agli accertamenti e alle indagini svolte sul campo sotto la direzione delle procure che sulla Tuscia hanno competenza giurisdizionale, sono stati allontananti dalla casa familiare 26 soggetti per maltrattamenti e sottoposte altre 45 persone a misure cautelari che vanno dal divieto di avvicinamento alla persona offesa, gli arresti domiciliari o, nei casi più gravi, la custodia in carcere.

Fondamentali, in questo frangente, sono i servizi di accoglienza e sostegno alle vittime da parte dei centri antiviolenza, che offrono un valido aiuto nel percorso di rinascita.

Tuttavia, sebbene a livello nazionale aumenta il legame tra i centri antiviolenza e le case rifugio, nella Tuscia si fa fatica a creare percorsi di autonomia a causa della mancanza delle cosiddette case di semiautonomia, centri specializzati ad ospitare le donne e i loro eventuali figli che hanno superato il periodo di emergenza in una casa rifugio. A lanciare l'allarme è stata Marta Nori, del centro antiviolenza Penelope di Viterbo e presidente dell'associazione Kyanos: 'Dall'inizio di quest'anno - ha raccontato - abbiamo preso in carico 55 donne, molte delle quali con figli. Le donne arrivano stremate perchè il percorso intrapreso prima di decidere di rivolgersi ai centri d'ascolto il più delle volte è molto complesso e intriso di atti violenti in cui spesso è testimone anche il minore. Nella casa rifugio abbiamo a protezione i bambini, ma c'è il problema di gestione dell'ordinario perchè, ad esempio, per fare una visita medica o il cambio di scuola è necessaria la firma del padre. Nei casi di emergenza - conclude - la donna può stare in casa rifugio per sei mesi ma poi, mancando le case di semiautonomia, viene ad interrompersi un percorso necessario al raggiungimento dell'indipendenza sociale ed economica necessaria per rifarsi una vita. Questa è una mancanza molto grave che in qualche modo va sanata'.

Marta Nori




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