ANNO 16 n° 297
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Tuscia sotto assedio energetico
Comitati e sindaci in allarme: progetti fotovoltaici ed eolici industriali minacciano paesaggi, agricoltura e futuro del territorio

BAGNOREGIO - C'è un filo sottile, ma assai remunerativo, che lega le colline della Tuscia viterbese ai consigli d'amministrazione esteri e alle fabbriche di componenti cinesi: il grande business delle fonti rinnovabili. A Bagnoregio, borgo simbolo conteso tra la bellezza dei calanchi e la minaccia di progetti fotovoltaici ed eolici di scala industriale, oggi pomeriggio i comitati locali e vari amministratori dei Comuni della Tuscia hanno fatto il punto sul conto salatissimo presentato alla provincia in nome della transizione ecologica.

In sala anche i consiglieri regionali Daniele Sabatini e Giulio Zelli, da tempo in prima linea contro la colonizzazione indiscriminata dei campi agricoli da parte del 'silicio selvaggio' che, tra terraferma e specchi d'acqua, rischia di cambiare per sempre l'orizzonte del Viterbese.

A Montalto di Castro, dopo le campagne già saturate dai pannelli, incombono progetti per pale offshore da 300 metri piazzate a una manciata di chilometri dalla costa; a Bagnoregio e nei comuni limitrofi si moltiplicano gli iter per impianti da decine di ettari (come i progetti Fobos e Deimos). La beffa, come evidenziato dal sindaco Luca Profili e dai portavoce territoriali, è duplice: a fronte di un sacrificio paesaggistico irreversibile, i vantaggi per i cittadini consistono perlopiù in qualche pista ciclabile di 'compensazione', mentre i risparmi in bolletta restano una chimera e la provincia viene trasformata in un'immensa distesa di silicio e metallo.

La coalizione TESS (Transizione Energetica Senza speculazione), che raggruppa 170 comitati e 300 sindaci italiani, ha presentato dati tecnici che smontano la retorica dell'eolico a tutti i costi. Secondo le analisi illustrate dalla coordinatrice Lucia Minunno, le richieste di allaccio sul territorio nazionale superano di quattro volte i target europei al 2030, basandosi su stime di producibilità gonfiate anche del 40% rispetto al vento reale della penisola. Il paradosso è servito: per inseguire numeri teorici si abbattono migliaia di alberi secolari e si consuma suolo fertile, ignorando oltre 2.100 chilometri quadrati di superfici degradate o già impermeabilizzate che basterebbero, da sole, a garantire 191 GW di fotovoltaico diffuso sui tetti, abbattendo le perdite di rete e facendo risparmiare oltre 70 miliardi di euro alla collettività.

Niente bacchette magiche - ha chiarito Minunno - ma un approccio pragmatico che punta a ridurre l’impatto ambientale senza frenare la corsa all’energia pulita.

La “soluzione”, ha sottolineato, non è una sola — e forse nemmeno una soluzione in senso stretto. È piuttosto un metodo: installare pannelli nelle aree degradate, incentivare i privati, e “spannellare” i luoghi giusti — non i campi, ma parcheggi, capannoni, tetti industriali e superfici già impermeabilizzate. In altre parole, dove il cemento ha già fatto il suo corso, lì il fotovoltaico può mettere radici senza strappare altro suolo fertile.

Il vantaggio è duplice. Da un lato, si preservano i terreni agricoli, evitando di trasformarli in distese di silicio e rendendoli, per usare una parola cara ai coltivatori, meno “sterili” all’uso futuro. Dall’altro, si promuove una produzione elettrica rinnovabile capillare, con cittadini-proprietari dei propri generatori “green”. Un effetto collaterale non da poco: chi ha i pannelli sul tetto impara presto a consumare nelle ore più calde, quando l’irraggiamento è massimo e la resa è migliore. La rete ringrazia, e pure il portafoglio.

Il segnale, peraltro, è già in arrivo dal basso. Le richieste di impianti domestici crescono: tra il caro bollette e una coscienza ambientale che smette di essere moda e diventa abitudine, gli italiani stanno adottando un modello che somiglia molto alla “ricetta leggera” illustrata oggi. Meno terra sacrificata, più tetti produttivi, più risparmio distribuito.




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