ANNO 16 n° 275
Tinca avvelenata nei piatti, condannati ristoratori di Gradoli
8 mesi e 20 giorni ai titolari del locale

VITERBO – Avevano chiesto in aula una provvisionale pari a più di 220 mila euro. Una somma per vedersi risarciti di un anno d'inferno trascorso tra ospedali, analisi cliniche e medicinali. Un anno da quelle cene e pranzi in una famosa trattoria di Gradoli che si sono trasformati in incubo. Sul piatto, secondo i clienti, uno squisito coregone da assaporare crudo. In realtà, una tinca che di lì a venti giorni li avrebbe avvelenati e intossicati.

Diarrea, febbre altissima e dolori addominali: sintomi identici per tutti i clienti del noto ristorante, che sono stati costrette al ricovero in strutture ospedaliere per un'infezione da opisthorchis felineus. Un parassita che si trova nel pesce d'acqua dolce crudo. E che avrebbe bisogno di trattamenti speciali prima di essere servito su piatto. Trattamenti, come l'abbattimento a temperature inferiori ai -20° gradi o la cottura al di sopra dei 60°, che vengono delineati in specifiche norme europee e ministeriali.

Ed è stata proprio la presunta violazione di tali regolamenti che fece scattare le denunce, nel 2011, a carico dei gestori. Da lì il processo penale. Commercio di sostanze alimentari nocive e lesioni personali colpose, le accuse che gravavano sui due ristoratori: moglie e marito che ieri pomeriggio sono stati condannati dal giudice Pentimalli a 8 mesi e 20 giorni (pena sospesa) e ad una multa pari a 400 euro.

Riconosciute tutte le 23 parti civili, ma per loro è stata solo una vittoria a metà: i difensori, infatti, avevano chiesto oltre al risarcimento danni, una provvisionale pari, in media, a 10 mila euro ciascuno. Una somma totale che sforava i 220 mila euro, ma che nessuno, almeno in sede penale, otterrà. E la loro delusione si avverte, forte, all'uscita dell’aula a fine udienza. Così come forte è stata l'insofferenza durante i mesi di attesa della sentenza. Sono passati più di 5 anni, infatti, dalla loro ultima cena sulle rive del lago di Bolsena: un pasto per molti indigesto. E non solo dal punto di vista alimentare, dal momento che due delle numerose parti civili, nel 2011 dovettero rinunciare addirittura al loro viaggio di nozze a causa dell’intossicazione alimentare.

''Hanno rischiato grosso – ha commentato uno degli avvocati di parte civile – l’infezione da opisthorchis felineus può colpire in maniera importante il fegato, fino a condurre le persone alla cirrosi epatica e a tumori. Una leggerezza nella scelta dei rifornitori che non può rimanere impunita''.

E infatti la giustizia arriva, ma non certo accompagnata da un equo risarcimento, per il quale le parti civili dovranno ricorrere in sede civile.




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