

VITERBO - La situazione di San Faustino resta al centro dell'attenzione dopo i fatti di domenica scorsa e in tanti si domandano come risolvere le difficoltà del quartiere. A intervenire oggi è Francesco Mattioli.
''Caro Direttore,
leggo sulle pagine online del Suo giornale le recriminazioni - certo giuste e giustifiicate – di Giovanni Faperdue sulle tristi condizioni a cui è giunto il quartiere di San Faustino.
Tuttavia, sorprendersi di tutto ciò che è accaduto e accade in quel quartiere è quanto meno ingenuo. San Faustino è fisicamente distinguibile nel tessuto del centro storico, ma non è così marginale sul piano urbanistico, né tanto meno su quello storico, da potersi considerare potenzialmente un 'ghetto'. Fino a qualche decina di anni fa, i suoi abitanti sperimentavano una particolare identità di quartiere, ma non più di quanto non avvenisse per Pianoscarano e, dal secondo dopoguerra, per l'Ellera.
Il problema vero è che, di fronte al fenomeno dell'immigrazione, gli amministratori non hanno saputo essere lungimiranti. E questo, nonostante i segnali provenienti da città grandi (da Milano a Londra a Stoccolma, per intenderci) e piccole indicassero chiaramente il rischio della creazione di sacche di marginalità, di precarietà, di esclusione sociale. Molto più facile 'rinchiudere' la diversità in una bolla a parte; ma anche i ragazzini sanno che prima o poi la bolla scoppia e schizza sapone ovunque.
Le scienze sociali da almeno ottanta anni hanno segnalato questi rischi e hanno indicato come evitarli; innanzitutto, puntando su una vera integrazione, cioè investendo in accoglienza, un accoglienza reale, non organizzata a colpi di ideologismi demagogici; inoltre, cercando di incentivare una distribuzione delocalizzata dei cittadini che evitasse la creazione di ghetti (che finiscono per funzionare nei due sensi: in certi quartieri londinesi o svedesi è impossibile circolare senza chador...); infine, e solo in ultima battuta, creando forme di dissuasione e controllo che coinvolgessero tutti gli abitanti, d'ogni colore, in un processo di sorveglianza virtuoso. Oggi invocare 'più controlli', e persino metterli in atto, vuol dire chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti, ricorrendo alle maniere forti quando il problema si è incancrenito, con la prospettiva reale di aumentare nelle varie controparti il senso del conflitto sociale.
Spiace dirlo, ma la sociologia – scienza poco considerata in Italia, e men che meno dalle nostre parti, forse confusa con il pensiero di qualche 'saggio opinionista' - oggi può rispondere con un impotente ' ve lo avevamo detto'. Così siccome gli amministratori hanno sottovalutato, ma più spesso ignorato, certe osservazioni (frutto di accurate ricerche scientifiche) e certi suggerimenti, senza dedicarsi seriamente alla prevenzione (e alla precauzione) in campo sociale e urbanistico, oggi siamo al redde rationem. Scriveva il sociologo americano, esponente della cosiddetta 'Scuola di Chicago', David Matza: 'la devianza si costruisce ogni qualvolta rinchiudi la diversità in uno spazio ristretto e poi chiudi la porta a chiave'. Si chiama 'costruzione sociale della devianza'. In Italia, tra Scampia, Librino, Rogoredo e Primavalle, ne sappiamo qualcosa...
Come uscirne? Si potrebbe rispondere come fanno i medici a chi non si è curato la ferita nonostante le prescrizioni ricevute: ieri potevamo intervenire con una garza imbevuta di acqua ossigenata, oggi dobbiamo fare un invasivo intervento chirurgico.
Così ora è facile invocare per San Faustino controlli polizieschi, ripulisti etnici, cure da cavallo della rigenerazione urbana e sociale. E di contro lamentare il ricorso alle 'maniere forti', invocando la tolleranza e la convivenza degli opposti. Se ne occupano magistrati, avvocati, psicologi comportamentali, parroci e militanti, giornalisti e intellettuali, gente del luogo che ritiene (ma solo ora...) di avere la ricetta giusta. Ma ignorando la sociologia. Forse perchè ormai è troppo tardi per pensarci...''
Francesco Mattioli