ANNO 16 n° 273
Sì della Camera
all'abolizione
delle province

 

VITERBO - Quest'anno riuscirà a mangiare il panettone, solo perché il provvedimento deve ricevere ancora l'ok del Senato. Ma è improbabile, se non impossibile, che riesca a mangiare quello dell'anno prossimo.  Dopo il sì di ieri sera della Camera, il destino della Provincia di Viterbo, come di quelle di tutta Italia, è infatti segnato. Sarà di fatto abolita, sparirà il presidente, la giunta e tutto il consiglio. Il loro posto sarà preso da un'assemblea dei sindaci, avrà competenze molto limitate rispetto alle attuali, che già non erano un granché. Spariranno anche le indennità per gli amministratori, le loro segreterie, le consulenze e via dicendo. Saranno ridisegnati anche i confini: la Tuscia dovrebbe essere ''accorpata'' al Reatino e a una parte dell'attuale provincia di Roma. 

Il testo approvato ieri sera a Montecitorio, al termine di un durissimo scontro con la Lega Nord, il Movimento 5 Stelle e Forza Italia, che sono usciti dall'aula per far mancare il numero legale e bloccare il provvedimento, tra l'altro, prevede che le province in cui si sarebbe dovuto votare nella prossima primavera per l'elezione dei presidenti e dei consigli, 52 in tutto, vengano commissariate. Altre 20 lo sono già. Viterbo non rientra in questo ''pacchetto'', in quanto l'amministrazione in carica scadrà nel 2015. Ma sembra certo che Marcello Meroi sarà ricordato come l'ultimo presidente della Provincia di Viterbo.

Il Senato, infatti, dovrebbe approvare il Ddl entro gennaio 2104. E' probabile che il ''partito trasversale'' che vorrebbe mantenere in vita l'ente, contanto sul fatto che a Palazzo Madama la maggioranza che sostiene il governo Letta è poi risicata, riesca a guadagnare un po' di tempo. Tuttavia l'epilogo appare inevitabile: entro la primavera le province subiranno una profonda metamorfosi, che farà da preludio alla totale abolizione, per la quale serve una riforma costituzionale.

Il commissariamento delle 52 province in scadenza nella prossima primavera è contenuto nella legge di Stabilità che ha già ottenuto il sì della Camera e domani dovrebbe ricevere quello del Senato. Quattro sono in Piemonte: Alessandria, Cuneo, Novara, Torino e Verbano-Cusio-Ossola. In Lombardia, invece, sono sette: Bergamo, Brescia, Cremona, Lecco, Milano, Monza-Brianza e Sondrio. In Emilia Romagna otto: Piacenza, Bologna, Ferrara, Forlì-Cesena, Modena, Parma, Reggio Emilia e Rimini. Tre i consigli commissariati in Veneto: Padova, Venezia, Verona e Rovigo. Uno solo in Liguria: Savona. In Toscana sono otto le province a saltare: Arezzo, Firenze, Grosseto, Livorno, Pisa, Pistoia, Prato e Siena. Nelle Marche saranno commissariate    Ascoli Piceno, Fermo, Pesaro e Urbino. In Abruzzo via Chieti, Teramo e Pescara, mentre in Umbria decadono Perugia e Terni. In Puglia saltano Lecce, Bari e Barletta-Andria-Trani, mentre in Calabria decadono Cosenza e Crotone. E ancora: Isernia nel Molise, Matera e Potenza in Basilcata. In Campania tocca alle a Napoli e Salerno.

Alle Province depennate da Letta si aggiungono quelle commissariate da Monti nel 2012 (Ancona, Asti, Belluno, Biella, Brindisi, Como, Genova, La Spezia, Roma, Vibo Valentia, Vicenza) e quelle commissariate dal 2013 (Avellino, Benevento, Catanzaro, Foggia, Frosinone, Massa Carrara, Rieti, Taranto e Varese).

Tutte le altre, compresa Viterbo, saranno ''depennate'' entro il 2014. A meno che non la spunti l'Upi (Unione delle province Italiane) che ieri sera, subito dopo il voto della Camera, ha annunciato battaglia e ricorsi in tutte le sedi, a cominciare dal Tar del Lazio.




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