

VITERBO - Lo spot a prevalenza di trasmissione televisiva è macchina del tempo di strategie navigate e di strepitosi balzi nel metaverso: forse, la vera realtà aumentata è la nostra percezione incostante, ma la meraviglia di esserci simili a vicenda – la citazione al pop italiano non può mancare al suo scopo catartico – può dare adito a visioni adiacenti quanto frammentate e foriere di perplessità.
Quando l’Intelligenza Artificiale “Pre-Trained” ha fatto irruzione nel nostro presente, movimentando l’autunno scottante del 2022, non eravamo preparati a una comprensione adattiva delle sue strutture, nonostante ci fossimo avvalsi per decenni di facilitazioni automatizzate. Porte scorrevoli nei mezzi pubblici, comandi per l’automobile dematerializzati, televisioni “intelligenti” e touch pervasivo… Come possiamo lamentare che sia scomodo questo progresso?
Eppure, l’apporto dell’IA nella produzione di contenuti – la chiave etimologica del suo essere generativa – ha implementato settori in bilico tra la novità e la tradizione, divenendo attrattiva anche per la creazione di formule pubblicitarie accattivanti e risolutive.
Risolutive, sì, ma mai risolutrici: le maestranze creative umane, l’immagine di un danzatore o la fisicità di un modello sono il vero corollario parlante del teorema, essendone l’imperfezione l’unica forma di completezza. Siamo creature, non invenzioni: uno spiraglio di bellezza insoluta, avrebbero detto i Latini, che può destreggiarsi con gli strumenti per estendere concetti, mai per replicarsi!
In questo marasma tutt’altro che geometrico, fatto di prove, consultazioni tra team e momenti di alta inventiva, le bisettrici della transformation sono state il claim e il lavoro: il primo ha integrato l’IA come vero supporto scrittorio, rendendo possibili lavori altrimenti lunghi e dispendiosi; il secondo si è rapportato con nuove strade di realizzazione dei prodotti, talvolta opacizzando il “full stop” tra persona e contenuto.
Di seguito, una debacle aperta – da risolvere con equità – tra uno spot realizzato in IA e un diretto precursore: la fantasia, lo sappiamo, ha ali lunghe e protettive, ma anche la grafica automatizzata può accostarsi a prospettive più artistiche.
Matt e Avena Bio: un’escursione dal “testo” al contesto (2026). Link al video: https://www.youtube.com/watch?v=CNexPV5iC4U

Il prodotto, realizzato con materie prime Made in Italy, è una deliziosa bevanda vegetale di avena. La forza illustrativa della strategy, in onda nei nostri canali televisivi nei mesi di giugno e luglio (in piena co-testualità con freschezza e summer vibes), è nello zoom sull’immagine di presentazione del prodotto, direttamente apposta sul packaging: un bicchiere del suo contenuto, ma anche un testo non letterario. Perché? Il suo raccontare incontra nuovi percorsi: un’irradiazione di gentilezza, tra la florida avena dei campi e le forza naturali che la sollecitano, muove un arcobaleno tra IA e intrattenimento. Delicato, ma non esente da mistero, è il background sonoro della Primavera di Antonio Vivaldi.
Un chicco di avena conglomera la bevanda, allargandosi nella forma di una fluida bolla e lasciandosi sovrastare dal caratteristico gabbiano del logo. L’abilità di Matt è stata nel disegnare scenari alternativi, nonostante la distanza da strategie di un lontano passato: il gabbiano, in “semplice” computer grafica, era estensione delle braccia umane; in questa cartolina, sicuramente positiva, l’influenza della persona appare vacante, ma l’indirizzo del prodotto rafforza il blend tra il video proposto, un’oasi di pace, e la vita salubre che accoglie i prodotti healthy.
Mulino Bianco e la linea Grancereale: nuovi spazi, nuove forme, una nuova libertà di conoscersi (2007). Link al video: https://www.youtube.com/watch?v=1K4c-UU35PI

Nessun sottofondo musicale illustre. Nessun elemento storico o artistico caratterizzante, niente che rimandi al Made in Italy nelle denominazioni; nessuna referenza nazionale o qualitativa. O meglio, ce ne sono molte, e di ben avveniristiche per gli anni dei primi social: la composizione della brand image attraverso l’ingresso di una donna, vestita di abiti fatati e di leggerezza.
Il grano imprime sullo screen un cracker e una pioggia di chicchi ricade in una bella tazza bianca: una ragazza fa colazione, godendo di una nuova aura di semplicità. È forse la stessa che prima danzava? La modella vestita di rosa è un’estensione – dicendola col massmediologo McLuhan – del viso dolce che vediamo in seguito? Piroette cangianti, l’enfasi sull’essere leggiadri e, nell’insieme, una nuova tecnica del claim appaiono come un’inaugurazione formale: il light è una “way to be”, non una banale attenzione alla linea. Ma la linea, cos’è, se non un buon modo di percepire sé stessi?
Amarsi e stare in salute, nulla di più umano e creativo: nessuno dei due spot analizzati ha un focus reale sul percorso salutistico da intraprendere in una dieta, la persona (e il gabbiano) sono suadenti e quasi eterei, manca un momento fattivo e concreto di consciousness che incarni il percorso. Cosa siamo, però, se il nostro pensiero si ancora a terra, se si smette di produrre, se si smette di sperimentare? Siamo, in ogni sfumatura e in contrasto con ogni ostacolo: siamo, e questo nostro indefesso essere ci rende tanto labili quanto abili a progettare altro.