ANNO 16 n° 275
Pfm - De Andč,
la grande magia
Intervista a Franz di Cioccio

VITERBO –  Tutti gli appassionati della musica con la emme maiuscola hanno due debiti di riconoscenza verso la PFM, la ''Premiata Forneria Marconi'' per i più attempati. E' stata infatti la band di Franz di Cioccio, Franco Mussida e Patrik Djivas (della quale hanno fatto parte nel tempo Mauro Pagani, Flavio Premoli, Lucio Violino Fabbri ed altri) a conferire una matrice italiana al rock. A trasformarlo da una marmellata di sonorità dal sapore indistinguibile qual era in musica autoctona. Lo hanno fatto con brani memorabili, entrati o destinati a entrare nella storia: da ''La carrozza di Hans'', in cui convivono la musica elettrica con la tarantella e la pizzica, a ''E’ festa''; da ''Impressioni di settembre'' a ''Maestro della voce'', scritto da Di Cioccio in omaggio all’amico Demetrio Stratos; da ''La luna nuova'' a ''Si può fare''. Ed è stata la PFM a ''colorare'' di rock, come dice lo stesso Di Cioccio, la poetica di Fabrizio De André. Vieppiù, è stato proprio grazie alla PFM che De André rinunciò allo ''sciagurato'' proposito di ritirarsi in Sardegna e, come Cincinnato, dedicarsi all'agricoltura e all’allevamento, perché riteneva di aver esaurito la sua vena creativa. Un ''merito'', quest’ultimo, che Faber ha sempre attribuito alla band.

Ma le parole non sono sufficienti a raccontare ciò che la PFM ha significato e significa per la musica italiana. Solo ascoltandola suonare si può apprezzare l’effetto ''terapeutico'' della loro esibizione. Un effetto che i viterbesi potranno apprezzare e godere questa sera alle 21, in piazza San Lorenzo, facendosi accarezzare ed emozionare dalle note del concerto ''La PFM canta De André'', inserito nel cartellone del Tuscia OperaFestival 2013.

Che sensazione si trova venendo unanimemente indicati come coloro che hanno tenuto a battesimo in rock made in Italy?

''Noi – risponde Franz di Cioccio intervistato da ViterboNews24 -abbiamo impresso il nostro marchio al rock, che all’epoca, in Italia, era un miscuglio indistinto di linguaggi, senza identità. Lo abbiamo per così dire 'nazionalizzato' con le sonorità mediterranee. In alcuni brani, come 'La carrozza di Hans' o 'E’ festa’ ci abbiamo inserito la tarantella e la pizzica. Sa, io sono abruzzese... E questa caratterizzazione ci ha permesso di internazionalizzarlo''.

A proposito di internazionalizzazione, ci parli della vostra esperienza negli States?

''Abbiamo girato per quattro anni in lungo e in largo gli Usa, partecipando a moltissimi concerti, perché per inseguire il nostro sogno capimmo che dovevamo andare lì dove tutto era cominciato. Un po’ come Alessandro Manzoni che prima di scrivere 'I promessi sposi' andò 'a sciacquar i panni in Arno'. Per noi è stata un’esperienza professionale e umana fondamentale. Negli Usa non conta né il colore della pelle né la religione che si professa: conta solo il palco e ciò che dal palco si riesce a trasmettere. Capimmo così quanto fosse vero il messaggio lanciato da De André nel suo 'Suonatore Jones': 'Se la gente sa e la gente lo sa che sai suonare, suonare ti tocca per tutta la vita e ti piace lasciarti ascoltare'. A noi piace farci ascoltare e alla gente piace ascoltarci. E’ per questo che dopo molti anni siamo ancora qui''.

Come riuscite, dopo tutto questo tempo, ad esser ancora pieni di entusiasmo e, soprattutto, a trasmetterlo al pubblico?

''Io domandavo spesso alla mia amica Fernanda Pivano come facesse, a 84 anni, ad essere ancora piena di entusiasmo e di vitalità, a dispetto del fisico che non rispondeva più come una volta. Lei mi diceva che si procurava sempre un sogno da inseguire, un progetto da realizzare. E finché si insegue un sogno o un progetto si rimane giovani. Fernanda sperava di scoprire un giovane scrittore che fosse il nuovo Ernest Hemingway; noi vogliamo perpetuare la grande poesia di De André e continuare a fare musica a modo nostro. Così ci teniamo 'giovani' e pieni d’entusiasmo''.

Quanto è stato problematico adattare la vostra musica, così travolgente e ''forte’', ai testi di De André che, come quelli di tutti i cantautori dell’epoca,  dal punto di vista musicale non erano, per così dire, fulmini di guerra?

''E' stato complicato ma affascinante. Lo abbiamo fatto perché eravamo rimasti folgorati dai brani di Fabrizio. Avevamo già collaborato con lui in sala d’incisione per 'La buona novella', il suo capolavoro in larga parte incompreso. Abbiamo capito che solo un genio, parlando d’amore, avrebbe potuto scrivere 'E’ meglio lasciarci che non esserci mai incontrati',  o riuscire a trasformare in eroe un vecchio pescatore che dà da mangiare e da bere a un assassino così, semplicemente, senza chiedere o chiedersi nulla. E' senza giudicare. Solo un genio poteva scrivere 'La guerra di Piero'. Con i due giovani soldati con la divisa di un altro colore costretti a spararsi. E dopo non rimane nulla se non il dolore di una madre, di una sorella o di una ragazza. Un vero e proprio cantico contro la più grande pazzia mai compiuta dall’umanità: la guerra. Così abbiamo proposto a Fabrizio di 'vestirli' con i nostri arrangiamenti. Che da allora sono diventati quelli più conosciuti al grande pubblico''.

E’ per questo che moltissimi giovani conoscono  e cantano le canzoni di De André in versione PFM?

''Sì, questa è la nostra più grande soddisfazione: vedere ai nostri concerti padri e figli insieme. E sentire i ragazzi dire: 'Oh, papà non è poi così rincitrullito', o 'matusa', come si diceva allora. 'Ascoltava musica mica male'. In questi anni abbiamo visto padri, e madri, insieme ai figli agitare le spalle ascoltando i nostri concerti. E’ uno scambio reciproco di emozioni: la nostra musica che mette insieme due generazioni e due generazioni che l’ascoltano e la condividono''.

Quindi, l’avventura va avanti?

''Sì. Finché ci emozioneremo ed emozioneremo saliremo sul palco. E le sorprese non sono ancora finite''. 




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