ANNO 16 n° 258
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Pasolini “abusivo” nella Torre di Pasolini. Sembra il titolo di una provocazione
Uno dei luoghi più importanti della cultura italiana, rischia di essere sottratto a chi lo ha acquistato

 

VITERBO - La casa di Chia è stata acquistata, restaurata e aperta al pubblico confidando nelle certificazioni delle istituzioni. Oggi il proprietario deve lasciarla prima che l’appello stabilisca definitivamente a chi appartenga. La vicenda non mette in discussione gli usi civici: interroga la credibilità dello Stato.

Sembra il titolo di una provocazione: Pasolini abusivo nella Torre di Pasolini. Eppure è la conseguenza paradossale di una vicenda giudiziaria reale, nella quale uno dei luoghi più importanti della cultura italiana rischia di essere sottratto a chi lo ha acquistato e restaurato prima ancora che la controversia sulla proprietà sia stata decisa definitivamente.

La Torre di Chia non è soltanto un rudere medievale associato a un nome celebre. Fu l’ultima dimora e lo studio di Pier Paolo Pasolini, il rifugio nel quale lavorò a Petrolio e scrisse molte delle Lettere luterane. Era una casa vissuta, frequentata da intellettuali, registi e artisti; un luogo nel quale la vicenda personale del poeta si è depositata negli ambienti, nel paesaggio e perfino nella luce che entra dalle grandi vetrate volute dallo stesso Pasolini.

Dopo la sua morte, gli eredi cercarono a lungo una soluzione che consentisse di conservare il complesso. Le istituzioni non lo acquistarono e la proprietà venne messa in vendita. Nel 2021 arrivò Gabriele Gallinari, che decise di comprare la Torre e, per farlo, vendette la propria abitazione di Roma.

Non si trattò di un acquisto clandestino o concluso ignorando i controlli. Il Comune di Soriano nel Cimino certificò l’assenza di usi civici; le verifiche svolte in occasione del rogito non evidenziarono ostacoli; il Ministero, pur essendo il complesso sottoposto a vincolo culturale, non esercitò il diritto di prelazione. Gallinari entrò così in possesso del bene, avviò un restauro seguito dalla Soprintendenza e lo aprì al pubblico, mettendo a disposizione della comunità una casa che avrebbe potuto legittimamente conservare come residenza privata.

Tutto, fino a quel momento, parlava il linguaggio della legalità. Il Comune certificava, il notaio stipulava, il Ministero non acquistava, la Soprintendenza controllava i lavori. Gallinari non si era fidato di una voce o di una promessa informale: si era fidato degli atti dello Stato.

Poi l’Università Agraria di Chia ha rivendicato l’intero complesso, sostenendo che non fosse una proprietà privata, ma una parte del demanio collettivo appartenente alla comunità locale. Il nome dell’ente può confondere: non si tratta di un’università, ma del soggetto che rappresenta il dominio collettivo e gestisce i terreni sui quali esistono diritti della popolazione.

Gli usi civici sono un istituto antico e importante. Permettono agli abitanti di una comunità di utilizzare determinati terreni per il pascolo, la raccolta della legna e altre attività tradizionali. Quando un fondo appartiene al demanio civico, non può essere liberamente venduto, usucapito o sottratto alla sua destinazione collettiva. Proteggere questi diritti significa difendere un patrimonio che non appartiene a un singolo, ma alle generazioni di una comunità.

Nessuno chiede di cancellarli o di considerarli un residuo medievale privo di valore. Il problema è stabilire se gravino davvero sulla Torre e sulle particelle che compongono la proprietà.

Per accertarlo, il giudice ha nominato un consulente tecnico d’ufficio. La sua analisi ha concluso che quattro delle cinque particelle interessate fossero private. Non si tratta di un dettaglio marginale: significa che il tecnico scelto dal giudice ha escluso la natura collettiva della parte largamente prevalente del complesso.

Il Commissario per la liquidazione degli usi civici è arrivato però a una conclusione differente. Ha riconosciuto l’intera proprietà come appartenente al demanio collettivo, ha dichiarato nulla la compravendita del 2021 e ne ha disposto la reintegra nel patrimonio gestito dall’Università Agraria.

Un giudice può discostarsi dalle conclusioni del proprio consulente. La consulenza tecnica non lo vincola e la decisione spetta soltanto a lui. Quando, però, quattro particelle su cinque vengono qualificate come private dal tecnico incaricato e la sentenza le considera tutte collettive, il passaggio merita una motivazione particolarmente rigorosa. È proprio questo uno dei punti che dovranno essere esaminati in appello.

Gallinari ha impugnato la sentenza davanti alla Corte d’Appello di Roma. L’udienza per decidere il merito è fissata al luglio 2028. La richiesta di sospenderne provvisoriamente gli effetti, intanto, è stata respinta.

È qui che la vicenda assume il carattere di un incubo kafkiano. La giustizia si prenderà quasi due anni per stabilire definitivamente a chi appartenga la Torre, mentre la procedura per allontanare chi oggi vi abita è già cominciata. La Regione Lazio ha disposto la reintegra e ha ordinato a Gallinari di consegnare il complesso entro trenta giorni, libero da persone e cose. Da proprietario riconosciuto da un rogito è diventato, nella terminologia del provvedimento, un “occupante”.

La Regione non parla di espropriazione. Sostiene di stare restituendo alla comunità un bene che non avrebbe mai cessato di appartenerle. Dal punto di vista tecnico la distinzione è corretta: se il complesso è demanio civico, nessuno può essere espropriato di una proprietà che non ha mai validamente acquistato.

Per Gallinari, tuttavia, l’effetto materiale non cambia. Perde senza indennizzo una casa comprata con il ricavato della propria abitazione, sulla quale ha investito altro denaro e che ha restaurato sotto il controllo degli organi pubblici. Potrebbe inoltre essere chiamato a pagare una somma per avere “occupato” lo stesso bene che le istituzioni gli avevano consentito di acquistare, recuperare e abitare.

La domanda, allora, non riguarda soltanto la titolarità della Torre. Riguarda la responsabilità dello Stato quando i suoi uffici producono certezze che altri uffici, anni dopo, cancellano.

Una certificazione comunale può essere sbagliata. Un controllo notarile può non individuare un vincolo remoto. Il mancato esercizio della prelazione non garantisce da solo la validità assoluta di un titolo. Ma se un cittadino compie tutte le verifiche richieste, acquista pubblicamente, restaura un bene vincolato insieme alla Soprintendenza e lo apre alla comunità, è ragionevole che sopporti da solo ogni conseguenza dell’eventuale errore delle istituzioni?

La tutela dei beni collettivi non dovrebbe trasformarsi nella punizione di chi ha agito in buona fede. Se la Torre appartiene davvero alla comunità di Chia, quel diritto dovrà essere riconosciuto al termine del processo. Nel frattempo, però, esistono una consulenza tecnica favorevole alla natura privata di quattro particelle, una sentenza impugnata e un appello ancora da discutere. Attendere il giudizio definitivo non significherebbe cancellare gli usi civici. Significherebbe evitare che la decisione venga eseguita nelle sue conseguenze più traumatiche prima di essere sottoposta a un esame completo.

Anche lo slogan “Pasolini abusivo” va inteso in questo senso. Nessuno sostiene che il poeta abbia costruito illegalmente la sua casa. Il paradosso riguarda il titolo di proprietà: se il complesso è sempre appartenuto al demanio collettivo, allora anche Pasolini, i suoi eredi e tutti coloro che per decenni sono stati considerati proprietari lo avrebbero posseduto senza esserlo realmente. Lo Stato avrebbe vincolato come proprietà privata un bene collettivo, avrebbe consentito che passasse attraverso successioni e atti, avrebbe rinunciato ad acquistarlo e avrebbe scoperto soltanto dopo cinquant’anni che quella lunga storia giuridica era fondata su un errore.

C’è poi un secondo elemento che rende necessaria una valutazione trasparente sul futuro della Torre. L’Università Agraria gestisce nel bosco circostante il Parco delle Cascate di Chia, un’attrazione a pagamento che utilizza ampiamente il nome di Pasolini e la presenza della Torre nella propria promozione. Parallelamente, secondo gli atti richiamati dalla parte privata, il Comune avrebbe contestato numerosi manufatti realizzati nell’area, disponendone la demolizione e applicando una sanzione di 20mila euro. Il TAR avrebbe inoltre respinto la richiesta cautelare presentata dall’ente contro quei provvedimenti.

Questo contenzioso urbanistico è distinto dalla causa sulla proprietà e non dimostra che Gallinari abbia ragione. Pone, però, una questione politica che non può essere elusa: prima di consegnare un bene culturale tanto delicato a un nuovo gestore, la Regione ha verificato quale progetto esista per la sua conservazione, chi sosterrà i costi, come sarà garantita la fruizione pubblica e quale uso verrà fatto dell’eredità di Pasolini?

Una Torre non viene salvata semplicemente cambiando il nome sulla porta. Servono manutenzione, competenza, risorse e una responsabilità quotidiana. Gallinari sostiene di avere già garantito tutto questo, investendo denaro personale, lavorando con la Soprintendenza e consentendo le visite. Se dovrà perdere il bene, almeno si attenda che un giudice abbia stabilito definitivamente che non gli è mai appartenuto e si riconosca, nei limiti previsti dalla legge, il valore delle opere compiute in buona fede.

La petizione nata attorno alla Torre non chiede di sacrificare i diritti della comunità. Chiede alla Regione di sospendere la reintegra fino alla sentenza definitiva, di valutare le garanzie offerte dal futuro gestore e di evitare che un uomo venga allontanato dalla propria casa mentre il processo destinato a stabilire se quella casa sia davvero sua deve ancora cominciare nel merito.

La legalità non può diventare una trappola nella quale ogni istituzione compie formalmente il proprio atto e nessuna risponde del risultato complessivo. Se il cittadino deve rispettare lo Stato, anche lo Stato deve essere coerente con le certezze che produce. Altrimenti il vero abusivo non sarà Pasolini, né chi ha salvato la sua Torre: sarà il dubbio, lasciato entrare dalle istituzioni e diventato padrone di casa.




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