ANNO 16 n° 231
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Panico (su) manifesto o rappresentazione ingenua? IPhone affigge in Italia un claim che guarda oltreoceano
Rubrica 'Pubblicittà' a cura di Elsa Berardi

VITERBO - Una bambina insozza teneramente un cellulare Apple con un liquido colorato: che sia esso zuppa, una tempera per uso ludico o una sabbia diluita, ciò non tange la nostra curiosità. E perché l’elemento più saliente non riesce a turbare il sentire consolidato? Eppure, la povera creatura si sta divertendo, sebbene il suo volto sia parzialmente oscurato da un mondo che non le andrebbe presentato precocemente.

Lo spot pubblicitario comparso a Milano, prodotto per IPhone, illustra una bimba prossima all’anno di età con il sontuoso apparecchio telefonico, intenta a ricreare un gioco di immaginazione sul dispositivo meno adatto alla sua fascia di sviluppo. Verità inconfutabile, fino a qui.

Ma cos’è che impreziosisce e avvalora le opinioni – simili tra loro – di esperti di pedagogia, autorevoli studiosi e comuni utenti social, che hanno ben dato “Phone” per focaccia?

Ovviamente, il claim “Tutto ok, è IPhone” in associazione alla tenera età e alla possibilità di accedere allo strumento: un boccone indigesto per la cultura del nostro popolo. L’operazione di marketing è però servita con una frase di piazzamento pluriennale, di ricorrenza quasi algoritmica per il noto brand. È stata creata una sovrapposizione della tipica chiosa di IPhone sul contesto più distante dal suo comune utilizzo: una boule di significati che non nasce casualmente, ma poggia con solidità su una marcata creazione di attrito.

Insomma, un assestamento del solito claim, ma su un’immagine che rimescola le fazioni dibattenti: quella dei techno-enthusiast, che vi scorgono creatività, e quella della sensibilità alle relazioni, alla fisicità dei contatti e a una crescita infantile mediata da stimoli vari, più sociali che contenutistici.

Una tempesta che non arriva per nuocere ai pubblicitari né, malgrado sia irricevibile per molte famiglie, per fomentare boicottaggi: il messaggio sociologico di questo avvenimento può consistere nel monito a non stravolgere i sintagmi culturali mediterranei, ancora fortunatamente intrisi di umanità, e a non divaricare allo stremo i pareri, suscitando un diffuso panico verso l’introduzione del digitale.

Il risultato – visuale e percettivo – è quello di un film ambientato in Italia, doppiato con uno humor lontano dai nostri gusti e, con le dovute scremature etiche, più proponibile in altre realtà culturali.

Il turbine di posizioni provocato è esattamente speculare a quello che, con altre soluzioni pubblicitarie, manca di verificarsi all’estero: vi è una tendenziale apertura, specie nei milieu anglofoni, a produrre massivi stereotipi sull’italiano rampante e beffardo, ma privo di liquidità economica e fiducia dai famigliari. Nonostante la provocazione sfiori la derisione e incontri, anzi, una silente accettazione sociale, questa peculiare ironia attecchisce in prodotti plurimi, dalla stand-up comedy tradizionale a forme di rappresentazione farsesche.

Noi, però, non siamo meno evoluti, plagiati dall’arte antica o estroversi solo tra simili: siamo semplicemente di altra sensibilità, con esigenze sociali agli antipodi e con un’educazione al digitale e al contemporaneo rispettosa non solo degli stadi evolutivi, bensì soprattutto della nostra cultura. E questo non ci rende affatto unici, inimitabili o migliori di altri, ma sempre inclini alla condivisione, all’amicizia e all’apprendimento (purché vengano da fonti compatibili con il nostro patrimonio valoriale).

Segnaliamo, per questo, l’eccellente spot proposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri: “Non è mai troppo presto”, dedicato agli approcci precoci, incontrollati e domestici all’utilizzo del digitale. 

Di seguito, ecco il link al video della campagna: https://www.youtube.com/watch?v=bvPt1FYcpM8

O tempora, o mores, direbbe qualcuno che di progresso se ne intende appena… Ma il progresso reale non si misura impiantando pubblicità facilmente travisabili in un dato momento e luogo, si fa, invece, rincorrendo la novità con fruizioni egualitarie: rapide sì, ma anche calibrate secondo le necessità di professione, generazione e appartenenza culturale. Come, forse, un saggio avrebbe detto… Non disperiamoci perché è successo, ma facciamolo accadere diversamente!

 




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