

VITERBO - Nuova udienza fiume del processo in Corte d’assise che vede sul banco degli imputati Giorgio De Vito, il napoletano accusato di aver ucciso la giovane mamma Marcella Rizzello in concorso con Mariola Henrijka Michta, la polacca già condannata con rito abbreviato a diciotto anni di carcere.
Dopo il colpo di scena emerso ieri l’altro – un documento del Cto di Roma attesta che la polacca la mattina del 3 febbraio era in ospedale – ci si aspettava un bel po’ di movimento nell’aula 4 del palazzo di giustizia viterbese e, invece, l’udienza è stata piuttosto tranquilla.
Come previsto, ieri mattina, sono stati chiamati a deporre il luogotenente Casile, il maresciallo Tramontana e il tenente Delfinis.
“Arrivai a Civita Castellana insieme ai colleghi del Ris intorno alle 15”, ha detto Fortunati durante la deposizione. “Ricordo un’abitazione invasa di sangue e il corpo senza vita di una donna in posizione supina ai piedi del letto. Immediatamente iniziammo a prelevare tutte le tracce biologiche presenti sulla scena criminis”.
Dopodiché fecero seguito gli accertamenti tecnico-scientifici svolti nei laboratori romani della Scientifica. “Le tracce di dna repertate riconducevano a due profili genetici diversi – ha spiegato Fortunati -, uno apparteneva alla vittima, il secondo ad un uomo”. Il cui nome rimase sconosciuto fino al 17 maggio quando, per un caso fortuito, si risale alla sua identità: De Vito si trovava a Mammagialla dopo essere stato arrestato – cinque giorni prima – con l’accusa di aver accoltellato un uomo, Emiliano Liberati, operaio di Fabrica di Roma e nuovo compagno della sua ex, la polacca Mochta. E qui un’intuizione. “Chiedemmo un tampone salivare per poterlo confrontare con il dna repertato nella villetta”. E gli uomini del Ris scoprirono che erano perfettamente compatibili. De Vito, quindi, fu raggiunto da una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere.
Sempre durante l’udienza di ieri, inoltre, è stato ricordato come ad incastrare il napoletano ci fosse anche quella macchinetta digitale rubata alla vittima il giorno dell’omicidio e ritrovata in casa della madre adottiva, ad Aprilia. “Siamo riusciti ad accertare che la digitale appartenesse alla Rizzello perché trovammo la custodia nella sua abitazione”, ha spiegato il maresciallo Tramontana. “Confrontati il modello e il numero di matricola abbiamo fugato ogni dubbio”.
Ma anche le immagini in essa contenute documentavano pezzi di vita di Marcella, del compagno Francesco Vincenzi e della loro piccola Giada. A prendere visione delle foto tenente Delfinis. “Le esaminai tutte, anche quelle recuperate dal Ris che erano state cancellate. Poi salvai tutto il materiale su un dvd”.
Un’altra circostanza emersa durante la seduta riguarda le tracce dattiloscopiche rinvenute nella villetta in via dei Latini. “Una è riconducibile a De Vito, tre a Vincenzi e nemmeno una alla vittima”, ha sottolineato l’avvocato Rosati, aggiungendo: “Mi pare piuttosto strano che non siano state rilevate tracce della vittima nella casa in cui viveva”.
Ed è sempre il legale a commentare la deposizione del brigadiere Mingione, il militare che aveva accompagnato la Michta nel carcere di Civitavecchia dopo l’arresto. Lo stesso che aveva accompagnato Ala Ceoban – condannata all’ergostolo per il duplice omicidio di Tatiana Ceoban e della figlia in concorso con Paolo Esposito - nella stessa destinazione. “Come era stato per Ala, Mingione ha dichiarato che anche la Michta, durante il tragitto Viterbo-Civitavecchia, avrebbe confessato. Strano”.
Per quanto riguarda, invece, il colpo di scena di cui sopra, il pubblico ministero Renzo Petroselli ha richiesto copia della sentenza di condanna della Michta, mentre l’avvocato di De Vito, Mario Rosati, la documentazione del Cto relativa alle visite mediche cui la polacca si sarebbe sottoposta quella mattina del 3 febbraio. Ma su questo punto la Corte (che è presieduta da Maurizio Pacioni, con a latere il giudice Eugenio Turco, ndr) si è riservata.
Lunedì prossimo, intanto, De Vito tornerà in aula per l’aggressione a Liberati. “Sarà conferito l’incarico della perizia psichiatrica per verificare – ha concluso il legale - se il mio assistito fosse in grado di intendere e di volere al momento del fatto”.