ANNO 16 n° 274
Non dite che non ve l’avevo detto
A cura di Michele Palazzetti – IPSE Istituto Psicologico Europeo

Ciòppia, è un’espressione che non sentivo da quando ero bambino. Un’esclamazione da rivolgersi, scherzosamente o meno, all’indirizzo di qualcuno cui accade qualcosa di spiacevole, in genere inutilmente prevista dallo stesso che poi stigmatizza: “C’ho piacere, ciòppia (c’ho ppia)”.

Versione colorita e popolare del più diffuso: “Te l’avevo detto. E ben ti sta”. Modo di dire al quale un adulto ricorre spesso, rivolgendosi ad un figlio, o ad un altro adulto che in quel momento viene trattato da bambino irragionevole, sordo alla saggezza di chi aveva anticipato con lucidità la sconvenienza di qualche comportamento.

Che lo si dica con tono carezzevole e consolatorio, o sostenuto, o perfino rabbioso e frustrato, con l’intenzione di ammonire come la fatina di Pinocchio, come l’angelo del Giudizio, o come il demone della vendetta, tant’è: a sentirselo dire non fa bene.

Ve lo ricordate, quando eravamo dall’altra parte?

Eravamo in pantaloni corti e con il moccio al naso, due righe di lacrimoni sopra le guance impolverate e tornavamo con il ginocchio sbucciato dalla scorribanda che ci era stata vietata. O eravamo smunti e impauriti, ben più di quanto mostrasse la spavalderia di facciata, per quella strigliata presa a scuola. Oppure, ben più cresciuti, avevamo l’animo sgretolato e sperso di fronte alla prima delusione d’amore, venuta dalla persona che per noi era la vita intera e altri avevano giudicato incongrua come un capriccio. In ciascuna di queste occasioni eravamo traballanti, feriti e incerti, deboli. Con la sensazione di stare sopra un vuoto, un risucchio cupo. Perché avevamo perso la certezza del nostro valore.

E l’aiuto ci veniva incontro con l’amorevolezza di un colpo di grazia: te l’avevo detto, io. E ben ti sta.

Come dire: sei peggiore di quello che credi; non sai fare la cosa giusta, neppure quando è così facile, perché ti è stata indicata la soluzione. Io il mio dovere l’ho fatto, ma con te è inutile. Sei sbagliato. Sei irrecuperabile. Quella che ti è toccata è la giusta punizione. Mi dispiace, ben ti sta. Ti avevo avvisato. Ciòppia.

Non importa quale fosse la grandezza apparente del fatto in questione; in quel momento, che ci toccasse una sberla, una carezza, o una punizione aggiuntiva, dentro ci si formava uno zig zag. Come uno di quelli che corrono sui vetri quando arriva a schizzo un sasso monello. Una fragilità. Che sta lì. Non crolla, non collassa; ma è punto debole. Sensibile. E aspetta vilmente una sollecitazione, anche la minima, per diventare crepa. E farci paura. Di non essere adeguati.

Forse faremmo meglio a partire dal presupposto che se qualcuno non ci sente, o non ci capisce, magari è perché noi non siamo riusciti a farci sentire e capire. Non abbiamo tenuto conto del suo punto di vista e del suo linguaggio. O forse aveva proprio bisogno di sbagliare. Proprio come, subito dopo, ha bisogno di sapere e sentire che gli siamo vicini ancora. Immutabilmente, con affetto e fiducia. Capaci di distinguere tra un comportamento che non approviamo e la persona che lo attua.

Io ve l’ho detto chiaro; diversamente, ciòppia.

 

Michele Palazzetti

Responsabile Coaching e Formazione

IPSE Istituto Psicologico Europeo

ipseroma@gmail.com




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