ANNO 16 n° 275
Noir di Gradoli - ''Tatiana ed Elena sono fuggite''
Lo sostengono i difensori di Paolo Esposito nei motivi di appello contro la sentenza all'ergastolo della Corte d'Assise di Viterbo

VITERBO - Esistono ipotesi alternative all’omicidio che i giudici non hanno voluto prendere in considerazione e quindi approfondire, a causa del loro giudizio preconcetto sullo svolgimento dei fatti, che avrebbero potuto spiegare la scomparsa di Tatiana Ceoban e della figlia Elena, moldave, 36 e 13 all’epoca dei fatti, scomparse nel nulla il 30 maggio 2009 da Gradoli. E’ uno dei passaggi fondamentali dei motivi d’appello depositato dai difensori di Paolo Esposito, gli avvocati Mario Rosati ed Enrico Valentini, contro la sentenza emessa il 13 maggio 2011 dalla Corte d’Assise di Viterbo, che ha condannato all’ergastolo lo stesso Esposito e la sua amante Ala Ceoban, sorella di Tatiana e zia di Elena.

La principale ipotesi alternativa cui fanno riferimento i due legali è che madre e figlia si siano allontanante volontariamente da Gradoli, A suffragio della loro tesi indicano una lunga serie di elementi, a cominciare dal mancato ritrovamento dei cadaveri e dell’arma del delitto, alla totale assenza di tracce di sangue riconducibili a Elena nella cucina della villetta in cui, secondo i giudici, sarebbe stato commesso il duplice omicidio, mentre le macchie ematiche riconducibili a Tatiana possono essere attribuite a qualche piccolo incidente domestico e, comunque, per numero e dimensione non sono tali da configurare lo scenario di una strage. Le conclusioni dei difensori di Esposito sono conseguenti: nella villetta nella campagne di Gradoli non c’è stato alcun delitto, quindi l’uomo, detenuto dal luglio 2009, deve essere assolto “perché il fatto non sussiste”.

Nelle 140 pagine delle motivazioni, gli avvocati Rosati e Valentini evidenziano anche una serie di incongruenze emerse nel corso delle indagini alle quali, a loro dire, la Corte non avrebbe prestato la dovuta attenzione: il cellulare di Tatiana che la mattina della scomparsa, alle 7,30, risulta agganciato a una cella di Capodimente, paese per il quale il pullman sul quale sarebbe salita la donna per recarsi a Viterbo non transita; la circostanza che solo una passeggera, peraltro con qualche incertezza, avrebbe confermato la presenza della donna sul mezzo; il ritrovamento della cartella gialla contenente i passaporti di madre e figlia su un mobile della cameretta di quest’ultima, che non compare nelle fotografie scattate dagli investigatori nel loro primo accesso nell’abitazione. Infine. I legali sostengono che le ricerche delle due donne, sia in Italia che nel loro Paese d’origine, sarebbero state condotte in modo del tutto sommario.

Anche difensore di Ala Ceoban, l’avvocato Pierfrancesco Bruno, ha chiesto l’assoluzione della sua assistita perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto.

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