ANNO 16 n° 273
Noir di Gradoli - Chiesta
l'assoluzione per Ala
Depositato il ricorso contro condanna ergastolo dell'amante di Esposito

VITERBO - Centoquaranta sono le pagine del ricorso in appello presentato dagli avvocati Enrico Valentini e Mario Rosati contro la sentenza della Corte d’assise di Viterbo che ha condannato il loro assistito, Paolo Esposito, al carcere a vita per il duplice omicidio di Tatiana Ceoban e della figlia Elena. Appena trenta fogli conta invece il fascicolo depositato dal penalista romano Pierfrancesco Bruno, legale di Ala Ceoban, anche lei condannata all’ergastolo.

“Ma la sostanza non cambia” spiega l’assistente di Bruno, Fabrizio Berna. “Il professore è stato più conciso, ma i motivi del ricorso sono essenzialmente gli stessi”.

In buona sostanza, a partire dal fatto che i corpi delle due donne non sono mai stati trovati – così come l’arma del delitto - anche l’avvocato Bruno, smontando il castello accusatorio e avanzando l’ipotesi dell’allontanamento volontario di Tatiana ed Elena, ha chiesto l’assoluzione della sua assistita “perché il fatto non sussiste” o “per non aver commesso il fatto”.

Passaggio fondamentale del ricorso in appello (e motivo di accesi scontri durante il processo che si è celebrato nel palazzo di giustizia viterbese) riguarda le tracce ematiche rinvenute nella villetta in località Cannicelle, presunto teatro della mattanza. Macchie che, secondo la pubblica accusa “sono copiose”, mentre per il collegio difensivo “non possono rappresentare prova di una strage per numero e dimensione”. Senza contare il fatto che a Cannicelle, in realtà, sangue riconducibile ad Elena non è mai stato trovato.

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