

VITERBO - Crollano le nascite e la popolazione invecchia sempre di più. L'andamento negativo, apparentemente inarrestabile, che sta intaccando il tessuto socio economico del nostro paese, non ha risparmiato neanche la provincia di Viterbo: secondo un recente studio della Cgia di Mestre su dati Inps e Istat è infatti emerso che nel 2022 sono state pagate più pensioni che stipendi. Nonostante a livello nazionale il saldo sia ancora in positivo (22,722 milioni di pensionati contro i 23,099 milioni di lavoratori), i numeri nella Tuscia parlano chiaro. Nell'anno preso in considerazione l'Inps ha corrisposto 126mila pensioni, rispetto ai 115mila occupati che hanno percepito regolare busta paga. Un gap di 12mila unità che proietta la Tuscia tra le province italiane più in affanno e che, di conseguenza, mette a rischio la sostenibilità economica dell'intero sistema sanitario e previdenziale.
Un risultato preoccupante che, come evidenzia l'associazione artigiani e piccole imprese di Mestre 'dimostra con tutta la sua evidenza gli effetti provocati in questi ultimi decenni da quattro fenomeni strettamente correlati fra di loro: la denatalità, il progressivo invecchiamento della popolazione,un tasso di occupazione molto inferiore alla media europea e la presenza di troppi lavoratori irregolari'.
Una combo micidiale se si considera che già adesso, ma ancor più nei prossimi anni, il reclutamento di personale qualificato da impiegare in azienda sarà sempre più difficoltoso. Mancano i lavoratori e alimentare il turnover tra vecchie e nuove generazioni sarà probabilmente la vera scommessa del futuro.
Ma scommettere sul futuro significa anche invertire la tendenza, agevolando le nascite, assicurando il 'lavoro di qualità' e garantire il giusto sostegno economico alle famiglie, attraverso il welfare aziendale. Una popolazione che invecchia, produce contraccolpi negativi, e non solo da un punto di vista economico, ma anche funzionale. Di fatto, come ha evidenziato la nota della Cgia, con una propensione alla spesa molto più contenuta della popolazione giovane, una società costituita prevalentemente da anziani rischia di ridimensionare il giro d’affari del mercato immobiliare, dei trasporti, della moda e del settore ricettivo. Per non parlare dell’aumento dei costi della spesa sanitaria, pensionistica, farmaceutica e di assistenza alle persone
Aprendo lo sguardo al resto d'Italia, è stato previsto che entro il 2028 sono destinati a uscire dal mercato del lavoro per raggiunti limiti di età 2,9 milioni di italiani. La domanda è: sarà possibile rimpiazzare tutti questi lavoratori attraverso nuove assunzioni? Sicuramente in alcune zone d'Italia sarà più semplice che in altre, come ad esempio al sud. Qui i numeri sono impietosi: Lecce è fanalino di coda con una differenza tra pensioni e stipendi di -97mila unità. Seguono Napoli con -92mila, Messina con -87mila, Reggio Calabria con -85mila e Palermo con -74mila.
Tra le città più virtuose troviamo maggiormente province del nord con Milano (differenza tra il numero delle pensioni e gli occupati pari a +342mila), Roma (+326mila), Brescia (+107mila), Bergamo, (+90mila), Bolzano (+87mila), Verona (+86mila) e Firenze (+77 mila).