


VITERBO - È vero, troppo vero: la famiglia in cui tutto è perfetto e, di conseguenza, non accade nulla è invisa a molte realtà, come un fantastico reame che aleggia. Si è persa la cultura dell’unione intorno al pasto, intorno al momento comunitario, ma spesso una prospettiva simile era sede più di conflitti che di opinioni dichiarate, il tutto di fronte a una serafica colazione.
Mulino Bianco, però, nasce da una storia che non si è mai consumata: era il ramo del dolciario di una holding scaldacuore, la Barilla, che ha rifornito gli italiani di pasta e farina anche nei più duri momenti della storia.
L’azienda oggi autonoma del Mulino, nata nel 1975, può dire di aver visto le epoche inseguirsi, dissolvendosi l’una nell’altra. Un po’ come i biscotti sugli scaffali del super: via con la Macina, via con l’Abbraccio, via col Galletto. Ma senza Macina, nessun Abbraccio avrebbe visto la luce, e senza Abbraccio, i Galletti sarebbero rimasti a fare da sveglia nelle case in campagna.
Il nuovo spot trasmesso per i 50 anni di Mulino Bianco è un’icona, come ci piace dire da tech-nauti: al centro, a trasportare con la sua minuta fisicità e con il suo grande cuore i prodotti è il piccolo mugnaio, una licenza intramontabile.
In poche scene, il suo contributo esplora alcuni momenti emblematici della produzione dell’azienda: il 1975, con il neonato microonde e un papà lavoratore “antieroe”, trattenuto in famiglia da una Nastrina calda; il 1990, in cui due piccoli amici fanno merenda col Tegolino in una palestra piena (forse una stoccata ai lifestyle salutari, ma certamente un diversivo realistico); il 2002, in cui una ragazza studia sul suo computer fisso, ma un piatto di Baiocchi la solleva dall’impegno e il 2025, in cui due bambini, salutati i pesanti auricolari di uno, finalmente fanno colazione guardandosi negli occhi.
L’introspezione della magia di un mugnaio nella nostra vita non è, come si suol dire, un’usurpazione dei momenti di privacy, ma la semplice fiducia nella restituzione alla gente (e non solo ai consumatori abituali) di attimi che profumano di buono. Di “cose” che solo il mondo umano può e deve ancora sfornare, cose che non sono cose, racchiuse in chissà quale definizione, ma emozioni libere, sensazioni ancora padrone di sé stesse e matrici del bello. Al prezzo, però, della rinuncia alle vecchie abitudini, che scompaiono nel disincanto totale, anziché nel progresso (e quindi nel desiderio di voltare pagina, di emozionarsi di nuovo)?
Beh, se pensiamo alle merendine che il Mulino ha sostituito con altri prodotti, la lista sarebbe interminabile. I fan di quello o quell’altro dolcetto hanno battagliato nei forum, supponendo dei bizzarri disegni aziendali ed escludendo completamente una certezza: i gusti cambiano e i ricordi viziano un po’. Lo sa il Mulino come lo sanno il costume e lo studio delle tendenze.
Tutto giusto, però… Chi si prodiga per questo lavoro di riadattamento? La risposta non è scontata: anche e soprattutto gli attori inconsapevoli, noi che ci adattiamo al cacao come alle noci a seconda di cosa vediamo, scopriamo, sogniamo. Molti di noi erano appena bambini quando il Tegolino aveva ancora la forma quadrata, ma le successive tornate si sono trovate un rettangolo e hanno caricato di significati questa evoluzione.
Qualcosa di autentico, mangiato più da un consumo a briglie sciolte che da una tenera merenda, è stato certamente dimenticato, lasciando spazio e posto al nuovo. Ma questo nuovo nemmeno in futuro sarà uguale a sé stesso: la cosa più auspicabile per un settore così longevo è l’opportunità di provare a rispondere, precorrendolo, al “che ci sarà?”, con la speranza di non svelarlo. Questo, diciamolo, ricalca l’atmosfera di una merenda a sorpresa: una comitiva in attesa di divertirsi davanti a un pic-nic, perché mangiare è nutrire i legami, le avventure, le certezze.